Di seguito, il comunicato inviato al personale di INDIRE con la convocazione di un’assemblea per il 10 dicembre e la chiamata alla partecipazione per lo sciopero del 12.
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Carissimi colleghi e carissime colleghe,
nelle ultime settimane vi abbiamo informato sulle trattative per il rinnovo del CCNL 2022-24 del comparto Istruzione e Ricerca fino all’improvvisa accelerazione che ha portato alla firma di tutte le sigle sindacali con l’eccezione di FLC-CGIL.
Negli stessi giorni abbiamo avuto conferma che la nostra organizzazione sindacale è in grado di incontrare, ascoltare, coinvolgere i lavoratori e le lavoratrici della Conoscenza: siamo, infatti, il sindacato più rappresentativo del Comparto con la percentuale più alta di tutta la Pubblica Amministrazione.
Nei luoghi di lavoro abbiamo condiviso a più riprese la difficoltà degli ultimi mesi. Il governo stava ignorando gli effetti sui salari di una inflazione al 17% per il triennio, disponendo risorse per un aumento di poco superiore al 6%: l’abbiamo denunciato subito.
E vogliamo chiarire ulteriormente la questione, dando ragione dello sgomento per la firma accordata dalle altre sigle, una sigla prematura, imposta in piena discussione della Legge di Bilancio, rinunciando quindi alla possibilità di richiedere risorse aggiuntive per chi lavora nei settori della Conoscenza. Non si può, non si deve giocare coi numeri: nessun CCNL prima di questo è stato così deliberatamente orientato a impoverire i lavoratori del Comparto Istruzione e Ricerca e, più in generale, nessun governo ha aggredito così il Pubblico impiego. Questo è un fatto.
Il governo argomenta che la somma degli aumenti per i rinnovi contrattuali a partire dal 2019 fino al 2030 comporterà un miglioramento importante nei salari: non è così, non si calcola l’effetto dell’inflazione per anni non ancora trascorsi e per cui, invece, sono già previsti aumenti insufficienti. Non basta affermare qualcosa perché sia una verità: il potere d’acquisto perso per più di dieci punti percentuali tra il 2022 e il 2024 non sarà più recuperato. Questo è un fatto ed è un fatto che impatta sulle possibilità di progettazione e di spesa di individui e famiglie già oggi.
C’è chi dice: “ma almeno questi soldi arriveranno, meglio di niente”. E c’è chi dice NO, non è così che deve andare, non possiamo arrenderci ad accettare salari sempre più poveri. Chi collabora in progetti di ricerca europei, chi insegna a scuola e fa esperienze con Erasmus+ lo sa: ormai è cosa nota anche tra i colleghi all’estero che per il governo italiano l’insegnamento, l’università e la ricerca nell’interesse pubblico sono settori che non meritano alcuna considerazione. L’Italia spreca, l’Italia non sa spendere, l’Italia – soprattutto – è abituata a sprecare e a non saper spendere al punto di doversi premunire di una narrazione governativa dopata dall’euforia di chi si deve autoconvincere di essere invincibile: si guida contromano in autostrada gridando a squarciagola e con orgoglio di essere gli unici ad andare nel verso giusto. Si distribuiscono soldi e opportunità di fare soldi a chi già ne ha tanti, si chiede di pagare più tasse a chi ne guadagna meno e, per di più, assicura che funzioni un servizio pubblico. Questo è un fatto: com’è un fatto che qualcuno agisca nell’illusione di trovare un posto al sole diventando amico di questo governo o di chi ne rappresenta gli interessi.
Si guadagna poco, si vive male, insinuando nel personale la continua competizione per soddisfare al meglio i desideri delle gerarchie interne e i committenti esterni alle istituzioni del nostro Comparto: i vertici delle amministrazioni hanno il potere, come mai prima, di elargire quei premi e quei riconoscimenti che possono trasformare uno stipendio insufficiente in una paga quasi decorosa, ma non possiamo ignorare quale prezzo c’è da pagare, quali effetti si producono sulla salute, sulle relazioni, sulla qualità della cooperazione nel lavoro… Questi sono fatti.
Così come è un fatto che si voglia insinuare l’idea che il servizio pubblico vada dismesso, che il diritto alla scuola, all’università, alla ricerca, all’alta formazione artistica e musicale, come il diritto alla sanità e al sistema previdenziale, siano ormai degli sbagli da correggere, dei vizi da estirpare: nessuno dovrebbe desiderare un pubblico impiego.
Ma perché? Perché umiliare così i lavoratori e le lavoratrici del servizio pubblico?
La domanda ha senso: in fondo, si racconta, è sulla spesa pubblica che i governi italiani avrebbero costruito il consenso e il debito che grava sul presente. Forse questo governo vuole alienarsi i voti di migliaia e migliaia di famiglie in difficoltà? Oppure c’è altro? Oppure questa difficoltà è la chiave di tutto: le persone in difficoltà sono state spinte le une contro le altre per affrancarsi dalla loro condizione a discapito di chi la condivide.
Gli spazi della formazione e della ricerca sono stati offerti al banditismo spericolato degli amici degli amici che vendono titoli di studio telematici, percorsi privati sì, privati di quelle possibilità di confronto collettivo nelle aule, nei corridoi, nei cortei, che erano alla radice della capacità di immaginare, inventare, proporre innovazioni per il bene comune.
Questo governo, attento sfacciatamente agli interessi privati, ha l’obiettivo di sterilizzare i luoghi della scoperta, di annientare la creatività collettiva che è il vero patrimonio delle scuole, delle università e di tutti i luoghi in cui si radica la democrazia.
Un governo di destra deve per forza avere paura di chi sta insieme e immagina alternative a questo presente che è un presente di guerra: investire nelle armi, oltre a garantire il trasferimento di denaro pubblico verso i capitali privati, significa investire in distruzione e morte. E sono la distruzione e la morte su cui costruire ulteriori profitti dove si sta distruggendo e dove si sta già morendo. Questo è un fatto.
Per queste ragioni noi non siamo i soli a non aver firmato un contratto vergognoso: non siamo i soli, siamo gli UNICI. Perché la solitudine non ci riguarda, quella è un problema di chi deve spiegare le motivazioni di una decisione grottesca disinnescando la sensazione che le ragioni di chi lavora non siano più l’orientamento delle sue scelte.
Abbiamo elencato fatti. Non sarebbe faticoso andare avanti a trovarne altri. Non siamo davanti a uno scenario complesso, quando ti riducono il potere d’acquisto del salario, non è complicato rendersi conto di aver subito una clamorosa ingiustizia.
Il 10 DICEMBRE dalle 14:00 alle 15:30 convochiamo l’ASSEMBLEA online dei lavoratori e delle lavoratrici di INDIRE per discutere di tutto questo e della trattativa con l’amministrazione.
Per il 12 DICEMBRE è proclamato lo SCIOPERO GENERALE NAZIONALE della CGIL contro la Legge di Bilancio, contro un Contratto Nazionale inaccettabile e per tutto ciò che da queste decisioni scellerate si abbatte sul lavoro di tutti i giorni. E anche questo è un fatto: noi prendiamo il presente nelle nostre mani, riempiamo le piazze con le nostre voci.






















