
Come Clementina Calzari, Giulietta Banzi, Alberto Trebeschi, Luigi Pinto, Vittorio Zambarda, Livia Bottardi, Euplo Natali e Bartolomeo Talenti, in quel 28 maggio del 1974, non ci rassegniamo al fascismo e non rinunciamo al sogno di cambiare il mondo. Le lavoratrici e i lavoratori della scuola, dell’università, della ricerca e della formazione continuano a portare il proprio contributo allo sviluppo della democrazia attraverso le idee di inclusione, cooperazione, studio, solidarietà da esercitare e praticare ogni giorno nelle aule e nelle piazze, per offrire, così, opportunità reali ai sogni.
A cura della FLC CGIL Brescia
La scelta ripetuta, consapevole, dunque colpevole, di rispondere ad ogni sollecitazione sociale con provvedimenti di repressione che caratterizza questo governo va nella direzione opposta a quella che ha orientato la vita delle compagne e dei compagni che il 28 maggio 1974 erano in questa piazza e che una bomba fascista ha fermato nei desideri e nelle aspirazioni:
Clementina Calzari, Giulietta Banzi, Alberto Trebeschi, Luigi Pinto, Vittorio Zambarda, Livia Bottardi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti.
La loro presenza era, al pari della nostra oggi dopo 52 anni, una presenza politica per denunciare e opporsi con la parola e le azioni alla violenza anche istituzionale e proporre modalità di convivenza costruite sulla dignità, il rispetto, le relazioni felici, ma anche per disegnare un “oltre”, per dare forma alle immaginarie utopie.
In questo periodo l’animo di ciascuna e ciascuno di noi è gravato dalla sensazione che ciò che accade sia il frutto di una morale distorta, di una morale nella quale non riconosciamo il nostro essere cittadine e cittadini, di una non morale se, a fronte di assassinii indiscriminati di civili a Gaza e in Cisgiordania l’unica preoccupazione è quella di sfuggire alla catalogazione nominale di genocidio, se il primo obiettivo di una guerra è una scuola dove muoiono più di 150 bambine e ragazze che viene derubricato a incidente casuale, se le azioni di violenza razziale nel nostro paese si consegnano al facile oblio, se l’odio social è imputato al mezzo.
Si è stesa, così, sull’insieme del vivere sociale, una coltre di ignoranza che impedisce di muoversi fuori dalla dimensione repressiva, comprimendo ognuno nell’angusta dimensione della paura e dunque della solitudine.
La scuola, che da sempre e in ogni contesto svolgeva e per certi versi ancora svolge il ruolo di spazio di incontro di intelligenze e anime che aspirano alla conoscenza per la crescita delle studentesse e degli studenti attraverso i saperi, la loro ampiezza e forza ispiratrice, è fatta segno di provvedimenti che ne vogliono distruggere la natura: metal detector, poliziotti in luogo di insegnanti, riduzione di un anno di studi per gli istituti tecnici contestualmente ad un loro ridisegno come luoghi di addestramento al lavoro secondo le finalità indicate dalle imprese, cambio dei programmi dalla scuola primaria alle scuole superiori all’insegna della riduzione dei contenuti finalizzato alle revisioni della storia, della filosofia attraverso il filtro ideologico, ma anche riconoscimenti economici irrisori per i docenti ai quali si prospetta il recupero della loro dignità professionale attraverso l’incremento dei “mezzi di correzione” a loro disposizione.
La nostra scelta in questo contesto non è certo la rassegnazione, l’adeguamento supino, il silenzio connivente al “fascismo di fatto”.
Rimane inalterata la volontà di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della scuola, dell’università, della ricerca e della formazione di portare il proprio contributo allo sviluppo della democrazia attraverso le idee di inclusione, cooperazione, studio, solidarietà da esercitare e praticare ogni giorno nelle aule, nelle piazze, anch’esse luoghi nei quali l’incontro di corpi che si ascoltano impedisce di dimenticare quel giorno e i giorni che seguirono, il loro racconto, la loro verità, per offrire, così, opportunità reale ai sogni.
























