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3 ottobre, sciopero generale all’INDIRE: prendiamo parte alla storia

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Domani 3 ottobre è proclamato da CGIL e altri sindacati di base lo sciopero generale a seguito dell’aggressione subita dalla Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte dello Stato di Israele.

Siamo in una dolorosa fase storica, testimoni da tempo di un genocidio che l’iniziativa della Flotilla ha avuto il merito di portare al centro della discussione pubblica.

Ma perché ciò che accade così lontano da noi dovrebbe richiedere la partecipazione alle manifestazioni e la rinuncia a una giornata di stipendio?

Credo ci sia più di un motivo perché questa scelta si riveli ragionevole, se non necessaria.

In primo luogo riporto un estratto dalla proclamazione di sciopero di CGIL, nel merito condivisa con le altre forze sindacali intervenute alla Camera dei Deputati ieri alle ore 13:

“[…] i grandi testi fondativi del diritto internazionale sono stati ignorati, calpestati, vilipesi per anni, e il conflitto di Gaza li ha ridotti in polvere.

Quel diritto è stato edificato sul sangue e sul lavoro di generazioni intere, con il contributo decisivo delle organizzazioni sindacali. È necessario che l’Unione Europea e i governi ritrovino il coraggio di ristabilire la piena vigenza del diritto di pace. È questo segnale che non solo Flotilla ma tutti i lavoratori italiani attendono.

L’aggressione armata, avvenuta il 1° ottobre 2025, contro navi civili che trasportavano cittadini italiani, rappresenta un fatto di gravità estrema: un attentato diretto all’incolumità e alla sicurezza dei lavoratori e dei volontari imbarcati.

Non è soltanto un crimine contro persone inermi. È un colpo inferto all’ordine costituzionale stesso.”

Se il diritto internazionale cede alla forza a Gaza, il diritto internazionale cede dappertutto.

E se si afferma un contesto in cui il diritto cede, allora è del diritto nel senso più esteso che non resta più nulla e solo la forza, com’è stato a lungo nella nostra sanguinosa Storia, diventa l’unico parametro della giustezza.

Questa esasperazione non è così distante dai principi per nulla astratti per cui una posizione di potere nel mercato totale (che assume nella sfera della produzione del profitto le relazioni umane stesse come accade, esempio noto, nella comunicazione mediata dalle piattaforme) giustifica di per sé – anche nella sfera morale – qualsiasi scelta operata nel conseguimento dell’egemonia. Anche le fondamenta dell’educazione, la credibilità dei principi della pedagogia, rischiano di subire questo attacco, perché le scienze dell’educazione non possono prescindere da un’idea dell’essere umano nel suo processo evolutivo, dall’infanzia alla pratica responsabile della cittadinanza. Se questo essere umano si realizza nel paradigma della forza, se fa stracci del diritto e se, quindi, il fine della supremazia giustifica ogni mezzo, si rischia di veder sostituire in questa prospettiva l’idea di procedere insieme al bambino e alla bambina, al ragazzo e alla ragazza nella costruzione condivisa della democrazia.

Sono proprio i più giovani e le più giovani a indicarci la strada in queste convulse giornate: fisicamente la indicano, prendendosi lo spazio necessario a stare insieme, per le strade e nelle piazze delle città ormai destinate quasi esclusivamente al consumo commerciale e alla mobilità della produzione. Sono i ragazzi e le ragazze che oggi reagiscono allo scandalo di una storia che a più riprese viene loro descritta come complessa, impossibile da comprendere, fuori dalla loro portata: ragazzi e ragazze così “inebetiti” dalle interfacce che abbiamo messo loro davanti, così isolati per la paura che abbiamo loro instillato, eppure d’un tratto così ostinati nel produrre domande e rivendicare autonomia di pensiero. Forse le strade si stanno riempiendo di segnali di disobbedienza finalmente socializzati, suoni accordati dall’essere nello stesso spazio e nello stesso tempo senza una mediazione funzionale ad altro; forse, essere davanti a un genocidio li ha persuasi che la storia è sì complessa, ma non così complessa da non poter distinguere cosa è giusto e cosa è sbagliato quando uno Stato aggressore stermina un intero popolo. Forse davanti a questo orrore, i ragazzi e le ragazze si accorgono della malìa che li ha messi ai margini, si guardano e si riconoscono per quanto tutti e tutte hanno in comune, a partire dalle emozioni che spesso li ammalano per la necessità di reprimersi e sentirsi sbagliati, non all’altezza, non abbastanza.

Tutto questo ci riguarda se ci occupiamo di loro, se ci preoccupiamo per loro.

Dobbiamo fare la nostra parte per evitare che la forza, non solo nella violenza degli eserciti, diventi l’unico parametro della giustezza. Dobbiamo difendere il diritto che salvaguarda la libertà di pensiero e di movimento; dobbiamo difendere l’orizzonte dei valori costituzionali dalla loro stessa fragilità, perché i valori, se restano parole sconnesse dall’esperienza della democrazia, rischiano di essere branditi proprio da chi abusa della democrazia in una farsa tragica che non ha futuro.

Le ragioni dello sciopero generale del 3 ottobre sono profonde: la Flotilla le ha rese evidenti, limpide, ma erano già presenti nel genocidio dei palestinesi, nella strage degli israeliani, nelle guerre – in Ucraina e nel resto del mondo; nel gigantesco scempio del pianeta in ogni forma di vita che è soppressa per il profitto, nella sfera più intima di ogni essere umano privato dalla possibilità di riconoscersi come parte di una forza lavoro che contribuisce in modo concreto alla realizzazione di un bene collettivo, universale.

Crediamo che scioperare, manifestare nelle piazze e per le strade con i ragazzi e le ragazze, sia oggi necessario quanto ragionevole per chi si occupa di educazione.

Per questo vogliamo esserci, senza timore: prendiamo parte alla storia.