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Conferenza di Varsavia sull’inclusione di studenti migranti e rifugiati nei sistemi d’istruzione. La posizione della FLC CGIL

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A chiusura di un progetto europeo sul tema dell’inclusione di studenti e studentesse dal background migratorio si è tenuta a Varsavia una conferenza organizzata dal sindacato europeo dell’istruzione ETUCE. La conferenza ha visto la partecipazione di sindacalisti del settore della conoscenza in Europa, ricercatori ed esperti delle tematiche inerenti alla migrazione e figure istituzionali quali Barbara Nowacka, Ministra dell’Istruzione del governo polacco e Joao Costa Direttore dalla European Agency for Special Needs and Inclusive Education.

La FLC CGIL era rappresentata da Miriam Di Paola che ha parlato, all’interno del panel sulle buone pratiche nazionali, del quadro giuridico italiano e della posizione del sindacato, in particolare si è soffermata sull’esperienza del Tavolo Nazionale per la Scuola Democratica.

In Italia, l’inclusione scolastica è un diritto garantito dalla Costituzione (art 34): la scuola è aperta a tutti, e l’istruzione di base è gratuita e obbligatoria. Questo principio si applica anche ai minori migranti e rifugiati, che, indipendentemente dal loro status di soggiorno, hanno il diritto di accedere all’istruzione.

Il Decreto Legislativo 286/1999 e il D.P.R. 394/1999 assicurano che i minori stranieri possano iscriversi a scuola in qualsiasi momento dell’anno, anche se la documentazione è incompleta. Inoltre, esistono percorsi specifici per adolescenti più grandi attraverso i CPIA, per proseguire gli studi o ottenere certificazioni di lingua italiana. Attualmente, gli studenti di origine immigrata rappresentano circa l’11% della popolazione studentesca italiana.

Tuttavia, la mancanza di risorse adeguate e l’attuale contesto politico, che promuove una visione essenzialista dell’identità italiana, creano ostacoli significativi per l’inclusione effettiva. Il dibattito pubblico sull’immigrazione in Italia spesso si concentra su retoriche di “sostituzione etnica”, che possono influenzare le politiche scolastiche, spostando l’accento dall’inclusione all’assimilazione. Le nuove Indicazioni nazionali, criticate per il loro accento sull’identità nazionale e un quadro culturale eurocentrico, rischiano di marginalizzare le prospettive interculturali, riducendo le capacità critiche degli studenti e alienando chi non si riconosce nella narrazione proposta.

La FLC CGIL vede la mancanza di risorse strutturali e le nuove Indicazioni Nazionali un attacco alla scuola democratica indicata dalla nostra Costituzione. Al contrario, la FLC CGIL promuove un modello educativo inclusivo che dovrebbe fondarsi sul lavoro dignitoso e sicuro e sulla partecipazione della comunità, dove gli studenti siano trattati come cittadini in formazione e dove tutte e tutti siano valorizzati. Fra le altre iniziative per la promozione di un sistema d’istruzione opposto a quello presentato dal Governo, la FLC CGIL ha lanciato l’iniziativa di un Tavolo nazionale per la scuola democratica, con oltre 20 organizzazioni tra cui associazioni civiche, università, gruppi di ricerca, associazioni di genitori e servizi locali. Il Tavolo non è un logo: è una rete viva che mira a riapre lo spazio pubblico intorno alla scuola. Insegnanti, sindacalisti, famiglie, studenti, mediatori, bibliotecari, operatori giovanili e funzionari comunali si incontrano e discutono a partire dalle Indicazioni nazionali. Insieme promuovono un’idea di scuola democratica come sancita dalla Costituzione. Insieme definiscono tre o quattro priorità: apprendimento linguistico e mediazione, antirazzismo e benessere (inclusa la cultura del consenso e l’educazione alla sessualità), pensiero critico, coinvolgimento delle famiglie e valutazione equa. Vogliamo rendere visibili i bisogni, in modo che risorse e responsabilità possano essere condivise.

Tra le richieste principali del Tavolo ci sono:

  • Riscrittura condivisa delle Indicazioni nazionali.
  • No alla privatizzazione della scuola.
  • Promozione di una scuola pubblica che garantisca uguaglianza e pensiero critico.
  • Antirazzismo e cultura dell’inclusione

L’inclusione scolastica in Italia è un obiettivo importante ma complesso, che richiede risorse adeguate e un impegno collettivo per garantire che ogni bambino, indipendentemente dalla sua origine, abbia l’opportunità di apprendere e contribuire alla società. Laddove l’attuale governo promuove un modello di istruzione antiquato basato sull’individualismo e sulle punizioni, la nostra organizzazione si fa catalizzatore di un movimento per una scuola davvero per tutte e tutti come sancito dalla Costituzione.

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L’intervento in conferenza di Miriam Di Paola, dipartimento politiche internazionali FLC CGIL

Studenti migranti e rifugiati a scuola, buone pratiche dall’Italia

Il mio contributo si concentrerà sulla risposta della FLC CGIL agli attacchi contro la nostra scuola pubblica e democratica da parte del governo di estrema destra guidato da Meloni, e in particolare alle Indicazioni nazionali. Come buona pratica da condividere, verrà analizzato il caso del Tavolo nazionale per la scuola democratica.

Quadro giuridico e dati statistici

In Italia, il punto di partenza è costituzionale: la scuola è aperta a tutti. L’articolo 34 della Costituzione afferma la gratuità e obbligatorietà dell’istruzione di base e definisce l’accesso come un diritto, non una concessione. Questo principio è reso concreto per i minori migranti e rifugiati dal quadro normativo sull’immigrazione (Decreto Legislativo 286/1998) e dal suo regolamento di attuazione (D.P.R. 394/1999). In pratica, i minori stranieri hanno lo stesso diritto all’istruzione e alla formazione dei cittadini italiani, indipendentemente dallo status di soggiorno. Devono essere ammessi a scuola, sono soggetti all’obbligo scolastico e possono iscriversi in qualsiasi momento dell’anno. Se la documentazione personale è mancante o incompleta, le scuole li iscrivono “con riserva” e questi studenti ottengono comunque titoli regolari.

Anche i percorsi per gli adolescenti più grandi sono garantiti. Dopo i 16 anni, gli studenti possono frequentare i CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) per completare la scuola secondaria di primo grado, ottenere la certificazione dell’obbligo scolastico o conseguire certificati di lingua italiana necessari per il soggiorno di lungo periodo. In casi ben motivati, a forte rischio di abbandono, gli accordi locali possono ammettere anche i quindicenni.

Garantire questo diritto non è opzionale per le autorità pubbliche. La giurisprudenza ci ricorda che i diritti “incompressibili” guidano il bilancio, non viceversa (sentenza della Corte costituzionale n. 267/2016). Le scuole, in collaborazione con regioni e comuni, devono fornire corsi di italiano L2 e misure di integrazione affinché il diritto sia effettivo.

Quanto alla composizione delle classi, una circolare amministrativa indicava un tetto del 30% di studenti non italiani per classe. Tuttavia, si tratta di una linea guida interna, non di una norma vincolante, e non può essere usata per negare iscrizioni. Applicare la soglia per escludere un bambino sarebbe in contrasto con i principi costituzionali e le norme antidiscriminatorie. Le scuole sono piuttosto chiamate a progettare classi inclusive ed equilibrate, evitando la formazione di “classi ghetto”. L’inserimento segue come criterio generale l’età, con flessibilità in base alla scolarità pregressa e alle competenze rilevate; eventuali deviazioni devono essere pedagogicamente giustificate dal collegio docenti. Le linee guida ministeriali (2014) sostengono procedure di accoglienza e inclusione. Nell’anno scolastico 2023/24 circa 914.000 studenti di origine immigrata frequentano le scuole italiane, pari a circa l’11% della popolazione studentesca complessiva. Questo dato sottolinea sia l’ampiezza del fenomeno sia la rilevanza civica dell’inclusione. Secondo la normativa, pratiche di iscrizione e accesso ai servizi devono evitare barriere indirette. Ad esempio, le scuole non devono richiedere documenti impossibili da reperire come condizione per accedere a servizi essenziali (trasporto, mensa, ecc.). L’accento è posto sulla rimozione degli ostacoli affinché la promessa costituzionale—l’educazione per tutti—si traduca nella vita scolastica quotidiana. Nel complesso, il quadro normativo italiano combina garanzie costituzionali, regolamenti sull’immigrazione, autonomia scolastica e linee guida ministeriali. Dal punto di vista giuridico, il messaggio centrale è chiaro e forte: ogni bambino presente nel Paese ha diritto ad apprendere, ad essere accolto e a riuscire, e le istituzioni hanno il dovere di renderlo possibile. Tuttavia, come vedremo, il solo quadro normativo non garantisce l’inclusione. Il primo problema è la mancanza di risorse adeguate, soprattutto per il reclutamento stabile dei docenti. Inoltre, l’attuale contesto politico, dominato da un governo di estrema destra, è caratterizzato da una celebrazione essenzialista dell’identità italiana e occidentale come intrinsecamente superiore alle altre: una visione che può interferire con la corretta applicazione della legge.

Situazione politica attuale

Oggi il dibattito pubblico sull’immigrazione influisce fortemente sull’immaginario della scuola in Italia. Una parte centrale del discorso è la retorica sulla cosiddetta “sostituzione etnica”, che trasforma il cambiamento demografico in una minaccia culturale. Se questa lente domina, le politiche scolastiche rischiano di scivolare dall’inclusione (valorizzare lingue e culture diverse) verso l’assimilazione (chiedere ai nuovi arrivati di adattarsi a un modello unico). Questo rischio è visibile nella discussione sulle Nuove Indicazioni nazionali. Le letture critiche evidenziano due derive principali: un forte accento sull’identità nazionale e un quadro culturale esplicitamente eurocentrico. Il pedagogista Massimo Baldacci sostiene che le Indicazioni elevano “nazione” e “Occidente” a punti di riferimento fissi, trattando l’identità italiana come collante della coesione sociale e marginalizzando le prospettive interculturali. Secondo lui, questa svolta culturale si accompagna a una svolta pedagogica—il legame tra istruzione e una naturalizzazione del concetto di “talento”—che rischia di legittimare le disuguaglianze invece di ridurle. L’effetto combinato, avverte, è un curriculum che privilegia un modello assimilazionista rispetto a uno inclusivo.

Una critica complementare viene da Maria Laura Cornelli e Daniela Rosa, che confrontano la bozza del 2025 con il quadro del 2012. Esse notano come la sezione di storia sia stata ampliata e inquadrata da un’affermazione controversa—“Solo l’Occidente conosce la storia”—che contestano sia dal punto di vista storico sia didattico. A loro avviso, il documento si basa su una narrazione prescrittiva e identitaria, con un ritorno al modello trasmissivo (lezione + manuale, memorizzazione di nomi e date) e meno spazio per l’indagine, l’analisi delle fonti e le prospettive multilivello (locale, nazionale, mediterranea, globale). Questo, sostengono, restringe gli strumenti critici degli studenti per comprendere passato e presente.

Perché ciò conta nelle scuole che accolgono studenti migranti e rifugiati? Se il curriculum è costruito attorno a un’unica storia nazionale eroica e a una gerarchia di civiltà, la diversità viene facilmente interpretata come un problema da correggere invece che come una risorsa da coltivare. Baldacci lega esplicitamente questo aspetto al messaggio implicito secondo cui gli studenti con background migratorio devono “integrarsi” assimilando la cultura dominante, mentre il compito della scuola diventa proteggere l’identità nazionale. Questa posizione, egli sostiene, banalizza un compito interculturale complesso e rischia di riprodurre le disuguaglianze.

Cornelli e Rosa aggiungono un avvertimento pratico dall’aula: quando l’insegnamento della storia si riduce a un’unica narrazione e a esercizi mnemonici, lascia poco spazio alle esperienze e alle interpretazioni differenti degli studenti. Nelle classi multiculturali, questo può alienare chi non si “riconosce” nella storia proposta, minando motivazione e senso di appartenenza. Un approccio centrato su domande, lavoro sulle fonti e confronto di scale e punti di vista aiuterebbe invece tutti gli studenti—nativi e neoarrivati—a leggere fenomeni come le migrazioni con maggiore sfumatura ed empatia.

In breve, il clima politico e le Indicazioni fissano il quadro; le scuole ne sentiranno gli effetti su come viene insegnata l’identità (storia/educazione civica), sul valore attribuito alle lingue (italiano L2 e plurilinguismo) e sulla distribuzione del tempo curricolare destinato all’educazione interculturale. Mantenere il focus sull’inclusione—piuttosto che sulla paura—significa resistere a una narrazione identitaria ristretta, a un approccio top-down, e rafforzare invece un insegnamento basato sui diritti e fondato sulle evidenze.

 La risposta del sindacato FLC CGIL: buone pratiche

In questo contesto, la FLC CGIL afferma che stiamo assistendo a “un attacco contro la scuola democratica”, con un significato molto concreto. In una scuola democratica, i curricula si costruiscono attraverso progettazione, ricerca e autonomia scolastica. Insegnanti e comunità progettano insieme l’apprendimento; gli studenti sono trattati come cittadini in formazione; tutti sono valorizzati; gli studenti non sono clienti né capitale umano. Negli ultimi anni, tuttavia, si è avanzata un’idea diversa: un modello trasmissivo, selettivo, dall’alto verso il basso. La si vede in una serie di interventi politici che cambiano tono e strumenti della scuola:

  • nuove linee guida di educazione civica centrate sull’individuo “imprenditore di sé stesso” e sulla proprietà privata più che sul bene comune;
  • una riforma dell’istruzione tecnico–professionale che piega la scuola alle esigenze del mercato;
  • un disegno di legge sul “consenso informato” che minaccia libertà accademica, autonomia scolastica e diritto degli studenti all’educazione affettivo–sessuale;
  • il ritorno a voti classificatori e punitivi nella scuola primaria.

Pezzo dopo pezzo, queste misure spingono il sistema verso politiche identitarie e obbedienza, allontanandolo da cittadinanza universale, pensiero critico e inclusione.

La nostra risposta segue due linee. La prima è la formazione professionale per i docenti. Organizziamo una conferenza annuale su diversità, inclusione e antirazzismo, seguita dalla diffusione di buone pratiche tra le scuole. Puntiamo a rafforzare le competenze degli insegnanti nel gestire ambienti diversificati e a valorizzarne le potenzialità. La seconda linea—quella su cui ci concentriamo qui—è la cooperazione e la costruzione di coalizioni. L’inclusione funziona solo se le scuole non sono lasciate sole. Per questo, nel marzo 2025 abbiamo lanciato l’iniziativa chiamata Tavolo nazionale per la scuola democratica, con oltre 20 organizzazioni tra cui associazioni civiche, università, gruppi di ricerca, associazioni di genitori e servizi locali. Il Tavolo non è un logo: è una rete viva.

In aprile, in un’assemblea pubblica gremita, educatori e cittadini hanno discusso le nuove proposte curricolari e tratto la stessa conclusione: se l’architettura della scuola italiana si restringe all’insegnamento dell’identità italiana o occidentale e a semplici nozioni da memorizzare, a pagare il prezzo saranno proprio gli studenti che hanno più bisogno della scuola: bambini di contesti socioeconomici difficili, alunni con bisogni educativi speciali e soprattutto studenti migranti e rifugiati.

Cosa fa, in pratica, una coalizione? Riapre lo spazio pubblico intorno alla scuola. Insegnanti, sindacalisti, famiglie, studenti, mediatori, bibliotecari, operatori giovanili e funzionari comunali si incontrano e discutono le Indicazioni nazionali. Insieme promuovono un’idea di scuola democratica come sancita dalla Costituzione. Insieme definiscono tre o quattro priorità: apprendimento linguistico e mediazione, antirazzismo e benessere (inclusa la cultura del consenso e l’educazione alla sessualità), pensiero critico, coinvolgimento delle famiglie e valutazione equa. Poi la rete passa dalle parole ai fatti. Non si tratta di incolpare le scuole, ma di analizzare il documento delle Indicazioni nazionali, proporre una critica collettiva e avanzare proposte. Vogliamo rendere visibili i bisogni, in modo che risorse e responsabilità possano essere condivise.

Il ruolo della FLC CGIL dentro questo tessuto è di connettere e sostenere. Convocare, mantenere l’equità al centro, mediare tempo e risorse perché le scuole possano partecipare, condividere protocolli modello e offerte formative tra regioni. Soprattutto, amplificare le voci—degli insegnanti, degli studenti—affinché la conversazione nazionale ascolti ciò che le classi già sanno: una scuola inclusiva innalza l’apprendimento di tutti.

Per questo stiamo convocando una mobilitazione nazionale il 18 ottobre 2025. Avrà la forma di una marcia, ma la sostanza sarà un programma per il Paese. Chiediamo:

  • una riscrittura condivisa delle Indicazioni nazionali, con un reale dialogo tra scuole, cultura e politica;
  • un chiaro no alla privatizzazione: la scuola non è un servizio privato per il mercato;
  • una scuola pubblica che garantisca vera uguaglianza, emancipazione e pensiero critico, perché la scuola è istituzione della Repubblica;
  • la costruzione di reti territoriali—insegnanti, studenti, famiglie, amministratori, ricercatori, associazioni—per riportare la scuola al centro della vita pubblica.

In breve: rifiutiamo una scuola dell’obbedienza e dell’esclusione. Scegliamo una scuola che insegna a pensare, non ad abbassare il capo; una scuola che accoglie ogni bambino, anche chi arriva da lontano, e gli dà gli strumenti per appartenere, partecipare e costruire un futuro condiviso.