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Consiglio Universitario Nazionale: cortigianeria, verticismo e repressione

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Il dibattito sul Disegno di Legge di riordino del Consiglio Universitario Nazionale (AS 1890) sta portando alla luce una deriva autoritaria e verticistica all’interno dello stesso CUN che la FLC CGIL ritiene inaccettabile. Oltre a ribadire la nostra ferma contrarietà a una riforma che svilisce la democrazia universitaria, denunciamo con forza il clima di repressione e la mancanza di trasparenza che ormai guidano i lavori del CUN. Un Consiglio, tra le altre cose, oramai (definitivamente?) scaduto il 30 giugno 2026, dopo ben tre successive proroghe: con il DL 16 del 28 ottobre 2024 al 31 luglio 2025, con il DL 90 del 24 giugno 2025 al 31 dicembre 2025, con il DL 200 del 31 dicembre 2025 appunto al 30 giugno 2026.

Durante l’ultima seduta del CUN si è consumata una vera e propria aggressione alle opinioni espresse pubblicamente da uno dei suoi componenti, il professor Mauro Tulli, evidentemente orchestrata da una parte dell’organismo. Con una pratica inusuale, infatti, sono stati avanzati in aula interventi di riprovazione per stigmatizzare il collega, unicamente “colpevole” di aver espresso un proprio parere sulla riforma in un’audizione presso la VII Commissione. È utile ricordare che il prof. Tulli è intervenuto in Senato in veste di esperto, cioè a titolo personale. Il suo intervento, tra le altre cose, ha portato argomentazioni tese proprio a difendere il CUN quale istituzione democratica rappresentativa di tutte le componenti universitarie. La FLC CGIL esprime allora la propria totale e incondizionata solidarietà a Mauro Tulli, vittima di un attacco che ha il solo scopo di silenziare le voci fuori dal coro e ammonire l’accademia, affinché si irregimenti nell’espressione pubblica ai desideri ed ai voleri del governo. Le valutazioni del prof. Tulli, certo, hanno un difetto per alcuni altri esponenti del CUN: quello di essere critiche rispetto agli indirizzi del governo in una stagione in cui, per loro, l’accademia dovrebbe prostrarsi giuliva ai desideri della maggioranza parlamentare o chiudersi in un rispettoso silenzio. Così, infatti, la maggioranza del CUN si è comportata negli ultimi due anni su tutti i passaggi cruciali che hanno attraversato la vita universitaria: il taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario nel 2024 (allora invece criticato aspramente dalla CRUI), il successivo decreto salva telematiche, l’ulteriore messa sotto controllo ministeriale dell’ANVUR, le ipotesi ampiamente circolate sulla revisione della governance (bozza Galli Della Loggia) e l’allungamento dei mandati rettorali (emendamento in Parlamento), appunto la stessa revisione del CUN.

A ledere gravemente l’integrità del Consiglio non è certo la libera espressione del pensiero di un suo componente, quanto il comportamento della sua stessa Presidenza. Riteniamo infatti paradossale che si processi l’intervento pubblico di un singolo componente, quando è il Presidente stesso ad aver espresso in audizione un consenso all’impianto del DdL governativo senza avere alcun mandato da parte dell’organo e senza neppure alcuna discussione preventiva su quelle stesse proposte. Nonostante le ripetute richieste di aprire una riflessione collegiale e stilare un documento condiviso, infatti, la Presidenza ha deliberatamente evitato il confronto all’interno del CUN. Ha scelto quindi di partecipare a gruppi di lavoro e tavoli ministeriali “a titolo personale”, tenendo di fatto all’oscuro il CUN sulle evoluzioni della discussione, relegando il tutto a scambi fugaci e negando sistematicamente il dibattito in sede plenaria. Questa è la vera ferita democratica del Consiglio, non la libera opinione e il libero intervento di ogni accademico, che dovrebbe esser salvaguardato in ogni occasione proprio da un organismo rappresentativo del sistema universitario italiano quale, almeno sulla carta, dovrebbe ancora essere il CUN.

Questo episodio si inserisce non solo nel contesto di quel vento triste e pericoloso che soffia oramai da mesi sulla cultura universitaria di questo e altri paesi, in cui la ricerca, l’insegnamento e il dibattito accademico si devono semplicemente piegare agli indirizzi e al clima politico del momento, ma anche nel quadro di un CUN ormai scollato dalle comunità accademiche che dovrebbe rappresentare, depotenziato e tenuto in vita da innumerevoli proroghe che ne hanno minato la legittimità. Un organo sempre più appiattito sul decisore politico, capace persino di esprimere pareri positivi e allineati sul Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), chiudendo gli occhi di fronte a uno stanziamento palesemente insufficiente.

Proprio in questa stessa seduta, infatti, il CUN ha espresso il proprio parere sul recente schema di Decreto sul FFO 2026, nonostante sia un organo formalmente scaduto. Un parere ovviamente positivo, che sottolinea la stabilità delle risorse, nonostante l’evidente inadeguatezza delle stesse e la loro palese contraddizione con i crescenti costi di funzionamento degli atenei (vedi l’analisi FLC CGIL dei giorni scorsi). Come si può avallare una simile scelta di continuità e la mancanza di risorse aggiuntive, a fronte di un quadro che vede atenei prossimi al collasso finanziario, con bilanci a rischio di dissesto, sospensione delle procedure di reclutamento, tagli ai fondi di ricerca e razionalizzazione dell’offerta formativa? Come si può tacere sull’espulsione di decine di migliaia di ricercatori e ricercatrici precari e sulla persistente umiliazione di un personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e CEL in stato di emergenza salariale, spesso in fuga dagli atenei verso altre amministrazioni pubbliche per la mancanza di riconoscimento e valorizzazione?

La FLC CGIL non assisterà in silenzio alla trasformazione del CUN in un organo di ratifica governativa, silente sui tagli e feroce solo con le voci critiche. Un CUN che, proprio in questa azione esemplare di irreggimentazione del confronto universitario, si fa braccio operativo di quel silenziamento delle opinioni libere e diverse che rischia di travolgere l’università tutta. Noi, speriamo insieme a tanti altri dentro e fuori gli atenei, continueremo a batterci per un’Università pubblica, democratica, adeguatamente finanziata e fondata sul libero confronto.


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