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Dal Piano Estate al Piano Casa. Il rischio è il Piano di fuga dalla scuola

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Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 2026 della legge di conversione del decreto-legge n. 66 del 7 maggio 2026, il Piano Casa entra definitivamente in vigore. Il provvedimento era stato approvato in via definitiva dal Senato il 1° luglio, con 106 voti favorevoli e 62 contrari, cinque giorni prima della scadenza prevista per la conversione.

Tra le modifiche introdotte nel corso dell’esame parlamentare compare anche un esplicito riferimento al personale scolastico: docenti e ATA vengono inseriti, insieme al personale sanitario, alle Forze di polizia, ai Vigili del fuoco e alle Forze armate, tra i lavoratori pubblici cui le future politiche abitative dovranno prestare particolare attenzione.

È però importante chiarire subito cosa dice realmente la norma.

La legge non introduce un Piano Casa per i docenti e non prevede misure direttamente esigibili: nessuna quota riservata di alloggi, nessun contributo specifico per affitti o mutui, nessuna agevolazione economica destinata al personale della scuola. Si limita a inserire docenti e ATA tra le categorie cui le future politiche abitative dovranno prestare particolare attenzione, rinviando a successivi provvedimenti attuativi la definizione concreta delle misure. Oggi, dunque, per chi lavora nella scuola non nasce alcun diritto immediatamente esigibile.

È proprio questa distanza tra il contenuto della legge e la narrazione che l’ha accompagnata a far emergere una questione ben più profonda. Perché se il Parlamento sente il bisogno di inserire espressamente il personale scolastico tra i destinatari delle future politiche abitative, significa che riconosce una realtà ormai evidente: oggi lo stipendio di molti docenti e ATA non è più sufficiente, soprattutto nelle grandi città, per sostenere il costo di un affitto o di un mutuo.

Da qui nasce la domanda politica che questa legge non affronta: davvero il problema della scuola è la mancanza di un Piano Casa oppure sono le retribuzioni totalmente inadeguate, i tagli agli organici, la precarietà, la mancanza di strumenti di supporto alla professione?

Questo Governo sembra avere un Piano per tutto. Dal Piano Estate al Piano Casa. Ma quando si tratta della scuola, continua a evitare l’unico intervento davvero necessario: restituire dignità economica al lavoro di chi ogni giorno garantisce il diritto all’istruzione.

Troppo ricchi per una casa popolare, troppo poveri per comprare casa. È questa la fotografia che il Governo consegna del lavoro nella scuola. Ma invece di affrontarne la causa – stipendi insufficienti e al di sotto del 15% rispetto alla media europea– sceglie di trasformare un problema salariale in una misura assistenziale.

La misura è stata infatti presentata come una risposta anche alle difficoltà di docenti e personale scolastico: lavoratori che non riescono ad accedere all’edilizia residenziale pubblica ma che, allo stesso tempo, faticano sempre più a sostenere il costo di un affitto o ad acquistare un’abitazione nelle città in cui lavorano.

Ma questa non è una soluzione. È la certificazione di un problema.

Noi non chiediamo privilegi né corsie preferenziali.

Chiediamo semplicemente che chi lavora nella scuola abbia uno stipendio adeguato alla funzione e al lavoro che svolge.

La scuola sta già pagando un prezzo altissimo: cresce la difficoltà a coprire le cattedre nelle grandi città, la precarietà è in aumento, gli affitti assorbono una quota sempre maggiore degli stipendi e diventa sempre più difficile rendere attrattivo il lavoro nella scuola, soprattutto per le nuove generazioni.

La risposta non può essere un Piano Casa per una categoria sempre più impoverita e precarizzata.

La risposta è una politica che restituisca valore al lavoro pubblico: rinnovi contrattuali che recuperino il potere d’acquisto, investimenti sulle retribuzioni e politiche abitative universali, fondate su un forte intervento pubblico e non sulla logica dell’assistenza. Perché il lavoro nella scuola non ha bisogno di compassione.

Ha bisogno di rispetto.

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