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Il governo Meloni narra di un investimento sull’università, ma in realtà scippa 600 milioni al fondo di finanziamento ordinario: due conti elementari e l’inganno è svelato

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Tagli cumulati FFO 2022-2026


In questi giorni si è acceso un dibattito sul finanziamento del sistema universitario, in particolare sul Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO). La Presidente del Consiglio, pur di non farsi scavalcare in fantasia dalla propria Ministra dell’Università, ha deciso di dare i numeri sul finanziamento del sistema universitario. Letteralmente. Nella sua narrazione sceglie come base di partenza il 2022, anno del suo insediamento, ignorando deliberatamente la programmazione già in vigore. Per aiutarla a tornare sulla Terra e abbandonare il paese delle favole, offriamo un rapido ripasso di matematica elementare.

Per fare un confronto che abbia senso, occorre partire dallo stanziamento incrementale fissato dalla Legge di Bilancio 2022 (Governo Draghi), che aveva programmato una precisa traiettoria di crescita per il Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO) fino al 2026, secondo la progressione riportata nello schema seguente, affiancata dallo stanziamento realmente erogato dal Governo Meloni-Bernini.

Anno
FFO previsto (L. 234/2021)
FFO reale stanziato
2022 8.655 8.655
2023 9.200 9.209
2024 9.450 9.031
2025 9.500 9.368
2026 9.500 9.365

Valori in milioni di euro.

La calcolatrice non mente: il taglio complessivo cumulato rispetto a quanto previsto dalla legge ammonta a ben 677 milioni di euro. Ma il conto non finisce qui. A questa sforbiciata si aggiunge un ulteriore balzello: dal 2025 le università sono costrette a versare al MEF circa 50 milioni di euro l’anno. Il motivo? La geniale riduzione al 75% del turnover stabilita dalla Legge di Bilancio 2024 (per i docenti dal 2025, per i ricercatori dal 2026), che si traduce in un ulteriore salasso di 100 milioni nel biennio. In sintesi: questo Governo ha sottratto quasi 800 milioni di euro allo stanziamento previsto per il sistema universitario. E questo è solo il danno nominale.

Potremmo fermarci qui per smontare la propaganda ufficiale, ma ci piace infierire con un po’ di sano realismo contabile e spiegare come funziona l’inflazione, che in questi anni ha toccato il 20%. Come si traduce questo sui bilanci degli atenei? Facciamo noi i calcoli che la Presidente del Consiglio sembra ignorare. Le spese per il personale pesano per circa il 70% sul FFO, mentre il restante 30% copre le altre voci di funzionamento (bollette, manutenzioni, servizi). Da un lato, su questo 30% di spese vive le università subiscono l’inflazione piena, con rincari del 20%. Dall’altro lato, le retribuzioni del personale sono state adeguate per circa la metà dell’inflazione, infliggendo ai dipendenti pubblici una perdita secca del 10% del loro potere d’acquisto.

Incrociando questi due dati la spesa del personale cresciuta a metà rispetto all’inflazione e il rincaro pieno sulle altre spese l’incremento reale dei costi a carico degli atenei si attesta attorno al 13%. Il risultato di questa semplice equazione è spietato: si arriva a una perdita di potere d’acquisto di oltre un miliardo di euro in termini reali. Questa è la verità: tagli netti accumulati per circa 800 milioni di euro, a cui si somma un buco nascosto da circa un miliardo di euro di maggiori spese causato dall’inflazione.

Le conseguenze non sono grafici su un foglio Excel, ma carne viva. Parliamo di retribuzioni mortificanti che innescano la fuga del personale tecnico-amministrativo verso lavori retribuiti in maniera degna, anche pubblici, dell’espulsione di massa dei precari che finora hanno tenuto aperti i nostri laboratori e le nostre aule e di un inevitabile destino da emigranti per chi ostinatamente vuole fare ricerca. Questa è l’università disastrata della Meloni. Per le favole con i numeri a caso, c’è sempre il prossimo comizio


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