A cura della FLC CGIL Brescia
Vorremmo che oggi, in questa piazza, a fianco di quelli di Clementina, Alberto, Livia, Bartolomeo, Euplo, Luigi, Vittorio, Giulietta trovassero spazio e giusta attenzione, compassione, empatia, anche i nomi di Yahya, Rakan, Raslan, Gubran, Eve, Revan, Sadin, Luqman e Sidra (nove fratelli dai dodici ai tre anni assassinati dall’esercito israeliano) accomunati dall’innocenza del vivere e nel morire.
Ci sono voluti 51 anni per conoscere i nomi degli autori materiali del gesto omicida di quel 28 Maggio 1974 – la loro giovane età non ci ha lasciato indifferenti – che ha lacerato una comunità, impedendo ad alcuni familiari di trovare in vita risposte che attenuassero l’angoscia che affiora quando gli affetti vengono meno per colpa di un gesto che non ha legami con il nostro agire.
Ancora avvolta da nebbie colpevoli la responsabilità di alcune parti dello Stato nel disegno criminale.
Ma, nel rispetto delle ragioni che avevano portato in piazza quelle compagne e compagni insegnanti, lavoratori, pensionati e che in tutti questi anni sono state riconfermate da coloro che, in questa piazza, in questa e nelle altre giornate si sono ritrovate a manifestare, è decisivo considerare il valore della parola e della pratica antifascista.
Costruire, edificare, far maturare, educare ed educarsi con gli altri, con le altre nella convinzione che sia dei nostri tempi una possibile alternativa alla sopraffazione, alla violenza cieca, all’esclusione, all’ignoranza, al disprezzo per gli ultimi: questo il perimetro di quella e di questa piazza perché solo l’aspirazione per l’umanità offre senso al convivere.
Erano in piazza consapevoli della tragedia del passato fascista, pronti a rispondere con il loro impegno e il loro lavoro al domani ancora da sognare. Il loro lascito ha trasformato questo luogo in un simbolo morale, tangibile, dell’antifascismo.
Una morale civile che non accetta assuefazione all’odio, il vivere alle dipendenze dell’onnipotenza del danaro, che non accetta come desueta l’aspirazione alla giustizia sociale e che oggi si salda nel dolore, ma anche nella speranza, al desiderio di un popolo che chiede senza armi di restare nella sua terra e di farlo in pace.
I nomi dei nove fratellini, fra i pochi che sono sfuggiti all’oblio social-mediatico, impongono a noi di sollevare la coltre nera del silenzio imposta a vario titolo da chi, pavido, promuove l’equidistanza tra una bomba e il dolore. Non c’è nemmeno la fatica nel conoscere i colpevoli.
Questa piazza ha titolo e volontà per accogliere i sudari che i cittadini italiani vorranno portare, quale segno di partecipazione al pianto di quelle madri e come bandiera che, al pari dei fiori di allora, ci identificano come antifascisti.
Ed è la stessa piazza che la sera del 25 febbraio 2022 accolse il grido di pace per il popolo ucraino poiché uno dei tratti essenziali del nostro essere antifascisti è necessariamente senza confini.
Manifestazione di una nazione partecipe – oggi come allora, nel giorno dei funerali – perché la partecipazione ci distingua dal lugubre silenzio dei governi, dal vuoto colpevole delle parole rituali.























