Domanda. Sophie, Con/cittadinanze si propone di ascoltare e dar voce ai ragazzi e alle ragazze con background migratorio. Come prima cosa ti chiediamo: ti sta bene questa definizione o ne sei disturbata? E nel caso come vorresti essere nominata?
Sophie. Diciamo che tra le varie definizioni che sono state date nel corso degli anni forse studenti con background migratorio è la migliore. Se pensiamo per esempio che negli anni si è parlato di studenti stranieri quando erano persone nate cresciute in Italia.
Studenti con background immigratorio va bene, ma non è completo. C’è da parte nostra la volontà di far capire che siamo studenti e studentesse italiani. Molti di noi hanno fatto l’asilo in Italia, sono nati cresciuti in Italia. Alcuni spesso non sanno neanche la lingua del paese d’origine dei genitori, quindi …siamo italiani, eccome! Eppure in tanti, anche alla fine del percorso di studi in Italia, non hanno la cittadinanza.
D. Ecco, proprio del referendum sulla cittadinanza volevamo parlare con te, di quel milione circa di voti che erano “sì” sugli altri quesiti e che sono diventati “no” sul quinto.
S. Questo referendum ha reso abbastanza chiaro il fatto che viviamo in un Paese dove ancora c’è parecchio razzismo. Io ci sono rimasta un po’ male, nel senso che mi aspettavo che il quesito non avrebbe raggiunto lo stesso risultato degli altri, però non con uno scarto così forte. È stata un po’ una riconferma del fatto che forse il nostro Paese non è ancora pronto e invece dovrebbe, anche per mettersi in pari con gli altri Paesi europei che sulle politiche di cittadinanza sono molto più avanti.
D. E adesso come si pensa di andare avanti? C’è qualcosa in cantiere?
S. Beh, in realtà gli studenti negli ultimi anni hanno cominciato a capire che il loro compagno di banco che magari non ha la cittadinanza italiana è italiano come lui. E infatti nei referendum si è visto: alla fine gli studenti, o comunque i giovani, hanno votato sì a tutti e cinque i quesiti. Questo secondo me è un dato molto importante da sottolineare.
Del resto, la scuola la fanno tutti e quindi lì per forza ti confronti con chi ha avuto delle esperienze diverse E quindi non hai paura dell’altro perché lo conosci e condividi con lui e con lei gli spazi della quotidianità. Il problema è la generazione dei miei genitori e quella un po’ più vecchia
A loro va fatto capire che le persone non nate in Italia o che non hanno la cittadinanza italiana, non sono persone “cattive”, come la politica di un certo tipo le vuole far passare. Pensiamo per esempio a come Salvini parla di questi temi anche utilizzando metodi comunicativi di agenda setting e di ripetizione delle cose che portano poi l’immaginario collettivo a ragionare in un certo modo. Porto come esempio un ragionamento che facevo con delle amiche di mia nonna. Loro dicono “gli immigrati ci rubano il lavoro, tolgono il futuro ai nostri figli, sono persone cattive” e via di questo passo. E io dico sempre, “Ma ha mai parlato con qualcuno che lei definisce immigrato o comunque qualcuno di non italiano?” E ti rispondono “No, però lo so” e non te lo sanno neanche spiegare il perché. Lo sanno. Punto.
Occorre un lavoro di comunità: l’unico modo per fare capire che siamo tutti uguali è far conoscere le persone fra loro perché se non si conoscono avranno sempre paura. Noi a Padova con il nostro Circolo lavoriamo tanto su questo. Organizziamo corsi di italiano per i genitori degli studenti che l’italiano non lo sanno ancora bene o comunque, attività di gruppo. E abbiamo visto come un quartiere molto problematico come quello del Portello ha potuto conoscere una nuova dimensione collettiva, più inclusiva.
Quanto alla scuola, sì io credo che nella maggior parte dei casi la scuola non è del tutto consapevole del ruolo che svolge. Spesso gli studenti, anche molto piccoli, anche alle elementari, sono più avanti dei professori su certi temi, tipo su questo dell’inclusione, dell’uguaglianza.
Se sei in ricreazione e stai con tutti i tuoi compagni di classe, a te interessa giocare a pallone, non te ne frega niente che passaporto abbia il tuo compagno che sta giocando a pallone con te. Poi è chiaro, ci sono magari professori, insegnanti particolarmente attenti al tema che fanno dei percorsi su questo. Non sono ovunque, sono pochi. Io credo che ce ne dovrebbero essere molti di più. Spesso si sentono storie di docenti che fanno commenti poco carini o comunque agiscono forme di discriminazione nei confronti degli studenti con background migratorio. Oppure capita anche che un retaggio familiare di un certo tipo porti degli studenti molto giovani a comportarsi in modo sgradevole nei confronti di alcuni loro compagni. Sì, credo che la scuola abbia un ruolo fondamentale, da giocare anche perché la scuola c’è sempre, tutti vanno a scuola e spesso aiuta anche i genitori perché poi si torna a casa, ci si confronta con i genitori, si parla anche a casa di questi temi; alla fine la scuola è un ponte anche con gli adulti.
D. Diversi organi di stampa hanno segnalato la partecipazione alle recenti, grandiose, manifestazioni pro Palestina, di molti giovani di “seconda generazione”. Ti risulta?
S. Io penso che il fatto di avere un’esperienza diversa, uno sguardo rispetto agli altri paesi del mondo, può far sì che gli studenti con background migratorio siano più sensibili al tema. Spesso si soffre molto anche la condizione del “io vivo in un Paese e mi sento parte di quel Paese, però non sempre questo Paese mi riconosce, ma neanche il Paese di origine dei miei genitori mi riconosce, perché io non sono di quel Paese là”. Tutte le persone che conosco, con questo tipo di esperienza si sentono italiani, però al tempo stesso non si sentono accolti. Questo forse si può tradurre un po’ in una vicinanza a un popolo che non ha la sua terra o che non la vede riconosciuta.
E poi c’è anche da dire che ormai gli studenti di seconda generazione sono tanti, quindi in tutte le cose c’è un forte numero di studenti di seconda generazione. E quindi è un po’ sbagliato dire che studenti con background migratorio erano fortemente presenti nelle piazze, quelli sono studenti italiani. Punto. È il mondo che sta andando in questa direzione.
D. Ma secondo te, per conoscersi reciprocamente e costruire convivenza, forse anche intercultura, concittadinanza… c’è ancora bisogno di luoghi dove incontrarsi?
S. Adesso i giovani si incontrano sui social. Io non condanno i social, per niente, penso siano molto utili. L’importante è saperli usare. Però le persone hanno bisogno anche di un punto di ritrovo, un posto che non è casa, però è come se fossero a casa. È quello che noi facciamo un po’ nel circolo della nostra città, un luogo di incontro.
Poi c’è l’altra cosa; sì, io credo che avere comunque uno sguardo rispetto a un altro paese, a un’altra cultura, a un cibo diverso, la conoscenza di altri modi di vita che possono essere diversi da quelli del Paese in cui vivi, sia un bagaglio culturale incredibile. Poi è a discrezione di ognuno capire qual è il migliore, se c’è poi un migliore e un peggiore, è lo sguardo che è diverso perché contempla una diversità possibile e compresente. È un altro modello culturale.
D. Quindi il nuovo modello culturale consisterebbe nel riconoscere e considerare le diversità, nel tenerle “compresenti”…
S. Sì.
D. E c’è davvero secondo te, una centralità della scuola nell’andare verso questo nuovo modello culturale?
S. Eh, tocca parlare delle diverse scuole, è chiaro che tra i licei e gli istituti tecnici professionali c’è una differenza molto molto forte. Nei licei, lo dicono le statistiche, va un determinato tipo di studenti, spesso con genitori che, a loro volta, hanno fatto il liceo e hanno fatto l’università. Da me le chiamano “le scuole alte”. Questo tipo di scuole le fa chi se lo può permettere perché la scuola è diventata costosissima. Gli istituti tecnici sono invece delle scuole in cui ci sono molte persone con background migratorio. Per la famiglia è forte il sentimento del “bisogna trovare lavoro”, “già siamo in un paese che spesso ci chiude le porte, almeno facciamo in modo di arrivare a trovare un lavoro sicuro, un lavoro stabile per i ragazzi”
Tante volte è il sistema scolastico che mette un muro. Banalmente in terza media ti fanno il documento con scritto secondo loro che scuola tu potresti fare e ti mettono il liceo se hai determinate caratteristiche o l’istituto tecnico se ne hai altre. È proprio una barriera che si crea e produce esclusione proprio e quasi ghettizzazione degli studenti stessi.
D. Stiamo per salutarci. Sophie, ma c’è qualcosa che tu vorresti dire alla FLC?
S. Sì, una cosa c’è. Credo che dovremmo lavorare, non solo su questo tema, ma su tutti i temi che affrontiamo come organizzazioni, per superare il fatto che spesso nelle scuole i docenti sono, o sono vissuti come, i nemici degli studenti e viceversa. Dobbiamo cercare di far capire che siamo due parti della stessa comunità studentesca (dice proprio così: studentesca) che devono necessariamente coesistere perché senza una non esiste l’altra, che non possono farsi la guerra. Occorrerebbe avere cura di un dialogo intergenerazionale.
Ridiamo insieme del lapsus di Sophie …
S. Volevo dire comunità scolastica. E comunque non è stato un vero e proprio lapsus: alla fine i docenti sono sempre studenti, cioè imparano sempre, imparano anche dagli studenti.
D. Grazie mille Sophie che, cercando di riparare a un lapsus, hai tirato fuori una perla pedagogica: la circolarità dei processi di apprendimento/insegnamento!
S. Ciao. Alla prossima





























