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Le università in agonia, ma per la maggioranza di governo la priorità sembra essere il mandato dei rettori

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Come un rumore di fondo inaccettabile, nel dibattito pubblico e accademico sull’Università italiana si agita una sola, vera urgenza. Mentre il sistema sprofonda tra mille contraddizioni e problemi strutturali, mentre emerge con sempre più evidenzia il definanziamento di fondo del sistema e i rischi per la stabilità di bilancio dei singoli atenei, proprio mentre vengono espulsi decine di migliaia di precari (ricercatori a tempo determinato, assegnisti di ricerca e borsisti), la discussione si riduce a un’unica domanda: come prorogare o consentire un nuovo mandato ai “Magnifici Rettori e Rettrici” in scadenza? Questo appare l’unico punto all’ordine del giorno, per certa politica e anche per certa accademia. Nessun altro.

La FLC CGIL denuncia con forza questa deriva e richiama l’attenzione sulle vere priorità di un sistema al collasso. Viviamo infatti una stagione di riforme annunciate e realizzate che, finora, ha prodotto solo errori. Ci riferiamo alla pessima legge sul cosiddetto preruolo, che continua a precarizzare i lavoratori della ricerca; alle normative inutili e dannose sull’ANVUR e agli inaccettabili regali ai cosiddetti “mercanti di titoli” delle università telematiche. Mentre alla Camera prosegue il suo percorso un’inutile revisione del reclutamento dei docenti, che ripropone le logiche quantitative della ASN e rilancia la discrezionalità feudale dell’accademia, con concorsi locali, orali e lezioni su specifichi profili concorsuali. In questo desolante scenario sono state istituite due commissioni sulla governance, una delle quali ha prodotto proposte poi smentite dalla Ministra anche in incontri formali con le Organizzazioni Sindacali. Incontri che, ricordiamo, hanno portato ad un recente protocollo d’intesa che prevede almeno un confronto preventivo tra Ministero e Sindacati proprio su queste materie. Un dialogo che non può e non deve essere aggirato.

Nel frattempo, assistiamo a due dinamiche “curiose”. La prima è l’agonia del Consiglio Universitario Nazionale (CUN), un organo che vive in uno stato di continua proroga, in attesa di una revisione che lo sta di fatto cancellando. I suoi vertici hanno deciso di silenziarlo: se da un lato il CUN sbriga la pura e semplice attività istituzionale, dall’altro fugge da ogni discussione che possa “dividere” o rivendicare una reale autonomia rispetto al potere politico. Le commissioni interne sulle riforme non vengono convocate e le posizioni assunte dal Presidente ai tavoli ministeriali non passano quasi mai per una reale discussione nelle plenarie, spesso deserte. Mentre addirittura si anticipano i confronti sull’applicazione di disegni di legge del governo, ancora non approvati dal Parlamento. Un CUN di servizio, diciamo, che mortifica proprio quell’autonomia universitaria da molti rivendicata, a parole, nei propri discorsi e magari nelle proprie candidature.

La seconda e ancor più allarmante dinamica è l’affannarsi dei partiti dell’attuale maggioranza di governo per anticipare la riforma sulla governance a colpi di emendamenti. L’esempio più eclatante e vergognoso di questa spregiudicatezza è proprio il tentativo di forzare la mano sui mandati dei Rettori e delle Rettrici, utilizzando la conversione dell’ennesimo Decreto-legge sul PNRR.

Nelle ultime ore è stato presentato, durante la discussione in commissione bilancio del decreto-legge 19/2026, un emendamento che mira a rivedere la disciplina dei mandati rettorali. Cioè, gli anni in cui può stare in carica un Rettore o una Rettrice. Questa modifica prevede il passaggio dall’attuale sistema, che consente un unico mandato della durata di sei anni, a un nuovo schema che permetterebbe ai rettori di svolgere fino a due mandati da cinque anni ciascuno. Dieci anni complessivi (!), anche non consecutivi.

L’emendamento non si limita a modificare la durata e la ripetibilità dei mandati, ma introduce in modo pasticciato anche la possibilità per i rettori e le rettrici scaduti/e di ricandidarsi (arrivando così ad 11 anni) e per quelli/e in scadenza di presentarsi come candidati per un ulteriore mandato di quattro anni. Questa disposizione crea una situazione confusa e potenzialmente caotica: nella stessa competizione elettorale, alcuni candidati potrebbero concorrere per un mandato di quattro anni (gli uscenti), mentre altri potrebbero concorrere per un mandato da cinque anni.

La motivazione addotta per giustificare questo intervento a gamba tesa sarebbe la necessità di garantire la continuità della governance delle università, con particolare riferimento agli atenei coinvolti nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa giustificazione ci appare preoccupante e contradditoria. Da una parte si allude ad un supposto stato di eccezione in cui, per garantire la continuità della governance per il PNRR (che ricordiamo, è in chiusura in questi mesi), che addirittura dovrebbe giustificare una riforma dei mandati rettorali (una posposizione e una riconfigurazione delle procedure elettorali teoricamente già avviate negli atenei in questa primavera, per poter garantire proprio la continuità gestionale degli atenei alla scadenza dei mandati, usualmente il 31 ottobre di un anno, a conclusione del tradizionale anno accademico). Dall’altra questa continuità non è assicurata, potendo solo presuppore una possibilità di rielezione, tra l’altro in modo pasticciato e confuso da un punto di vista tecnico. In ogni caso, su una supposta emergenza da gestire, si introduce una revisione generale e permanente (per nulla transitoria), che riassegna un mandato lungo e strabordante a Rettori e Rettrici, tra l’altro scollegato dai mandati di tutti gli altri organi collegiali Statutari di un ateneo. Il vero nodo non è quello la continuità o dell’attuazione del PNRR, il quale è in fase conclusiva sulla base di programmazioni definite, ma della semplice tutela di interessi particolari oltre che della riproposizione di atenei gerarchici, sempre più verticalizzate su alcune cariche monocratiche.

Tra l’altro negli ultimi anni numerosi rettori e rettrici (ma non tutti/e) hanno scelto di proporre ai propri organi accademici (che hanno quasi sempre approvato) un aumento significativo (in alcuni casi molto significativo) delle indennità rettorali, usufruendo di una normativa pensata per amministratori pubblici che hanno solo quel tipo di retribuzione durante i loro mandati, a differenza dei Magnifici, la cui indennità si somma alla retribuzione percepita come Professori ordinari. Così, oggi per alcuni di loro sono previsti redditi lordi complessivi ben oltre i 200.000 euro annui. Questa possibilità, utilizzata consapevolmente, rappresenta forse oggi un incentivo alla loro permanenza nelle posizioni apicali?

In un passaggio oggi critico per il sistema universitario nazionale (precariato, risorse, autonomia dalla politica, degrado dei modelli di business di alcune telematiche), riteniamo fondamentale che tutte le componenti del sistema universitario, dimostrino senso di responsabilità e siano realmente all’altezza delle aspettative e delle necessità del Paese. Evitiamo che il dibattito pubblico sia distorto da interessi personali o di pochi, guardiamo al futuro dell’università nell’interesse di chi ci studia, di chi ci lavora, dell’insieme della società e soprattutto di chi ha le necessità o il desiderio di accedervi, ma oggi non ci riesce proprio per il ripiegamento di questi anni (risorse, dimensioni, precarizzazione, presenza territoriale, diritto allo studio).


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