Che cos’è ESPAD?
ESPAD è l’European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs, una ricerca internazionale attiva da oltre trent’anni che coinvolge decine di Paesi europei. È una delle principali indagini epidemiologiche sugli adolescenti, perché utilizza strumenti metodologicamente rigorosi e comparabili nel tempo e tra Paesi.
In Italia l’indagine viene realizzata su un ampio campione rappresentativo di studenti delle scuole secondarie superiori – oltre 17.000 nell’ultima rilevazione – e raccoglie informazioni non solo su alcol e sostanze, ma anche su benessere psicologico, relazioni familiari, rendimento scolastico, uso del digitale e comportamenti a rischio.
Questo consente di leggere i fenomeni dentro un quadro complessivo, evitando interpretazioni isolate o impressionistiche.
Di quel Rapporto lei è Research Director, giusto?
Sì, coordino l’impianto scientifico dello studio: dalla definizione del disegno metodologico alla supervisione dell’analisi e dell’interpretazione dei dati. In qualità di Dirigente di Ricerca del gruppo, seguo e armonizzo tutte le attività legate a ESPAD sia in Italia che in Europa.
È però fondamentale chiarire che si tratta di un lavoro profondamente collegiale. ESPAD non è il lavoro di una persona, ma di un gruppo nutrito di colleghe e colleghi – ricercatrici, ricercatori, Tecnici della ricerca – senza i quali il progetto semplicemente non esisterebbe. La qualità dei dati e la continuità nel tempo sono il risultato di questa competenza condivisa.
Ogni anno produciamo un volume che raccoglie in modo sistematico tutti i dati aggiornati, le analisi e le chiavi interpretative. È uno strumento pensato non solo per la comunità scientifica, ma anche per scuole, operatori e decisori pubblici, affinché possano disporre di informazioni solide e aggiornate per orientare interventi concreti. Per saperne di più.
Il nostro obiettivo, infatti, non è limitarsi a descrivere fenomeni, ma mettere a disposizione conoscenza utilizzabile, fondata su evidenze.
Il Rapporto certifica un aumento dei comportamenti violenti nei giovani?
Il linguaggio aggressivo, l’umiliazione pubblica, la derisione sistematica – spesso veicolati attraverso i social – sembrano essersi diffusi con maggiore frequenza e, in alcuni casi, con minore percezione della loro gravità.
Questo non significa che la maggioranza dei giovani sia coinvolta in comportamenti violenti. Gli episodi più gravi restano numericamente contenuti e riguardano una quota minoritaria di studenti. Tuttavia, i dati indicano che alcune condotte aggressive, soprattutto di tipo verbale e relazionale, sono diventate più visibili e, talvolta, più accettate nel clima comunicativo tra pari.
Quando si passa ai comportamenti fisici più seri – come il fare deliberatamente male a qualcuno o l’uso di un’arma per ottenere qualcosa – vediamo che si tratta di fenomeni concentrati in sottogruppi specifici. L’analisi mostra un accumulo di fattori di rischio: rendimento scolastico basso, relazioni familiari poco soddisfacenti o assenti, forte insoddisfazione nelle relazioni con i pari, uso problematico del digitale e coinvolgimento attivo in episodi di cyberbullismo.
Anche la dimensione socioeconomica incide, in particolare per le forme di violenza fisica più grave, mentre per altri comportamenti – come l’uso di armi – le differenze tra fasce economiche risultano meno lineari. Questo suggerisce che non siamo di fronte a una causa unica, ma a una combinazione di vulnerabilità che, quando si sommano, aumentano il rischio.
Avete rilevato delle specificità in relazione al genere?
Sul piano di genere, alcune forme di violenza fisica rimangono più frequenti tra i maschi, ma il quadro è più articolato quando si considerano le dimensioni relazionali e online.
La pandemia ha probabilmente amplificato alcune fragilità, ma le trasformazioni erano già in atto: una comunicazione sempre più esposta e performativa, una gestione delle emozioni messa alla prova, una maggiore difficoltà nel contenere conflitti e frustrazioni.
Per questo parlerei non tanto di una “generazione violenta”, quanto di una fase in cui una parte minoritaria degli adolescenti manifesta un disagio che può tradursi in aggressività, prima verbale e poi, in alcuni casi, comportamentale. È una distinzione importante, perché consente di affrontare il fenomeno senza allarmismi e senza etichette generalizzanti, concentrando l’attenzione sui fattori di prevenzione.
Non si può dire quindi che i giovani, tutti e tout court, sono violenti?
No, non è corretto.
I dati non descrivono una generazione violenta, ma una generazione attraversata da pressioni significative – emotive, sociali, performative – che in alcuni casi si traducono in comportamenti problematici.
La maggioranza degli adolescenti non mette in atto condotte violente. Generalizzare rischia di produrre stigmatizzazione e di oscurare il fatto che i fenomeni si concentrano in gruppi specifici, spesso già esposti a condizioni di fragilità.
Gli adulti in generale, e in particolare la scuola e le istituzioni della conoscenza, hanno una responsabilità educativa? Come sarebbe bene esercitarla secondo lei?
La responsabilità educativa non è un elemento accessorio, è strutturale. I nostri dati mostrano con chiarezza che dove esistono relazioni familiari soddisfacenti, sostegno affettivo percepito e una presenza adulta attenta e coerente, i comportamenti a rischio diminuiscono in modo significativo. Non parliamo di impressioni, ma di differenze misurabili: sentirsi sostenuti, sapere che un genitore conosce i contesti di vita del figlio, avere confini chiari e comprensibili sono fattori protettivi concreti.
Questo non significa controllo rigido o sorveglianza invasiva. I dati suggeriscono piuttosto che ciò che fa la differenza è una combinazione di presenza, coerenza e qualità della relazione. Un adulto che c’è, che ascolta, che pone limiti comprensibili e che mantiene una linea educativa stabile riduce il rischio molto più di un intervento episodico o esclusivamente punitivo.
La scuola, in questo quadro, ha un ruolo decisivo. Non solo perché è il principale contesto di socializzazione dopo la famiglia, ma perché può intercettare precocemente segnali di disagio. Il senso di appartenenza alla comunità scolastica, la qualità della relazione con i docenti, la prevenzione dell’insuccesso e della dispersione sono elementi che incidono direttamente sui comportamenti aggressivi. Il rendimento scolastico basso, ad esempio, non è solo un indicatore accademico: spesso è un segnale di marginalità o di frattura nel legame con l’istituzione.
Le istituzioni della conoscenza dovrebbero quindi rafforzare la propria funzione educativa in senso pieno: non soltanto trasmissione di contenuti, ma costruzione di competenze emotive, capacità di gestione del conflitto, educazione digitale, promozione di un clima relazionale rispettoso. Lavorare sulle competenze sociali non è un’aggiunta, è parte integrante della prevenzione.
In sintesi, la prevenzione più efficace non è solo normativa o disciplinare, ma relazionale. Si tratta di creare contesti che tengano insieme regole chiare, ascolto, inclusione e responsabilizzazione. È in quell’equilibrio – tra autorevolezza e prossimità – che si costruisce una risposta solida e duratura ai comportamenti violenti.
Può dirci la sua opinione sui provvedimenti -sempre più di segno securitario, repressivo e, nemmeno troppo velatamente, discriminatorio- messi in campo dal governo? Sono efficaci?
Nel mio ruolo, e per correttezza istituzionale, ritengo opportuno attenermi alle evidenze scientifiche più che esprimere valutazioni di carattere personale. Il compito della ricerca è offrire dati solidi e chiavi interpretative affidabili; spetta poi al decisore pubblico scegliere gli strumenti normativi ritenuti più appropriati.
La letteratura internazionale e le analisi comparative mostrano con una certa coerenza che, in età adolescenziale, le misure esclusivamente repressive producono effetti limitati se non sono integrate con interventi educativi, preventivi e di sostegno sociale. Quando l’azione si concentra solo sulla sanzione, senza intervenire sui fattori che alimentano il rischio – come la dispersione scolastica, il disagio emotivo, la marginalità relazionale o le disuguaglianze – l’impatto tende a essere circoscritto nel tempo.
Le evidenze suggeriscono che gli approcci più efficaci sono quelli multilivello: prevenzione precoce, rafforzamento delle competenze socio-emotive, sostegno alle famiglie, investimento sulla qualità della scuola e interventi mirati nei contesti di maggiore vulnerabilità, affiancati naturalmente da un quadro normativo chiaro.
In questa prospettiva, la questione non si pone nei termini di maggiore o minore severità, ma di coerenza con ciò che la ricerca indica come più capace di produrre risultati stabili e duraturi nel medio e lungo periodo.






























