L’Europa non è nata soltanto nelle cancellerie o con la firma dei trattati. È nata anche nei luoghi di lavoro, nelle migrazioni che hanno attraversato il continente nel secondo dopoguerra, nelle lotte di milioni di lavoratrici e lavoratori che hanno contribuito alla sua ricostruzione pagando spesso un prezzo altissimo. È nata nelle miniere, nelle fabbriche, nei cantieri. È nata anche attraverso tragedie che hanno trasformato il lavoro da semplice fattore produttivo a questione di diritti, sicurezza e dignità.
Marcinelle è uno dei luoghi simbolo di questa storia.
Nel 1946, mentre l’Italia cercava di rialzarsi dalle macerie della guerra, il Governo italiano e quello belga sottoscrissero un accordo destinato a segnare la storia dell’emigrazione italiana. In cambio delle forniture di carbone indispensabili alla ricostruzione del Paese, l’Italia si impegnava a garantire l’invio di migliaia di lavoratori nelle miniere belghe. Quel patto, passato alla storia come l’accordo degli “uomini in cambio di carbone”, spinse migliaia di italiani a lasciare il proprio Paese nella speranza di costruire un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie.
Dieci anni dopo, l’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, un incendio provocò una delle più gravi tragedie del lavoro dell’Europa contemporanea. Morirono 262 minatori appartenenti a dodici nazionalità, 136 dei quali italiani. Insieme a loro persero la vita lavoratori belgi, polacchi, greci, tedeschi, francesi, ungheresi, jugoslavi, olandesi, britannici, austriaci e un cittadino sovietico.
Quella tragedia colpì profondamente l’Italia e il Belgio, ma rivelò anche qualcosa che andava oltre i confini nazionali. Mise in luce il carattere profondamente europeo del lavoro: uomini provenienti da Paesi diversi condividevano la stessa fatica, gli stessi rischi e lo stesso destino. Fu anche attraverso quella esperienza che iniziò a maturare una coscienza comune fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori e si rafforzò l’idea che l’Europa non potesse essere soltanto uno spazio economico, ma dovesse diventare anche una comunità di diritti sociali e di cittadinanza.
Dietro quei numeri c’erano però vite concrete, sogni e speranze.
Molti di quei lavoratori avevano lasciato l’Italia attratti dalla promessa di un’occupazione stabile e di condizioni di vita migliori. Trovarono invece un lavoro durissimo, svolto in condizioni estremamente pericolose, e una quotidianità segnata dalla precarietà, dall’emarginazione e dalla discriminazione. Marcinelle racconta anche questa storia: quella di uomini costretti ad accettare condizioni di lavoro e di vita profondamente diseguali pur di conquistare un futuro per le proprie famiglie.
A settant’anni da quella tragedia, Marcinelle continua a parlare al presente.
Parla a un tempo nel quale il lavoro torna troppo spesso a essere considerato una semplice variabile del processo produttivo, da comprimere nei costi e nei diritti. Parla mentre la sicurezza continua a essere messa in discussione, mentre cresce il lavoro povero e precario e nuove forme di sfruttamento colpiscono soprattutto le persone più fragili.
Per la FLC CGIL, questa memoria interroga direttamente il significato del lavoro oggi e il ruolo della conoscenza nella costruzione della democrazia.
La Federazione dei Lavoratori della Conoscenza nasce dall’idea che la conoscenza stessa non sia una merce, ma un bene comune, una leva di emancipazione delle persone e una condizione essenziale per la qualità della democrazia. Per questo guarda con preoccupazione ai processi che trasformano anche il lavoro della conoscenza in un terreno di competizione, di mercificazione e di crescente subordinazione alle logiche del mercato. Quando istruzione, università, ricerca e formazione vengono considerate soltanto in funzione della produttività economica, si indebolisce la loro missione pubblica e si accentuano nuove disuguaglianze.
Allo stesso tempo, difendere il lavoro significa difendere un’idea di istruzione capace non soltanto di trasmettere competenze, ma di sviluppare pensiero critico, autonomia e cittadinanza. Una società democratica ha bisogno di persone in grado non solo di fare, ma anche di comprendere, interpretare e partecipare consapevolmente alla vita collettiva. È questa la funzione più profonda della conoscenza.
Per questo la FLC continua a battersi contro i processi di frammentazione, precarizzazione e aziendalizzazione che attraversano i settori della conoscenza. Difendere la stabilità del lavoro, la dimensione cooperativa delle comunità educanti, universitarie e della ricerca e l’autonomia delle istituzioni formative significa difendere uno dei presupposti fondamentali della democrazia.
Da Marcinelle arrivò anche una lezione che contribuì a segnare il cammino dell’Europa sociale. In quella miniera uomini di Paesi diversi scoprirono di condividere non soltanto il lavoro e il rischio, ma anche la stessa domanda di diritti, sicurezza e dignità. Da quel lutto prese forza una più ampia riflessione sul modello sociale europeo, fondato sulla tutela del lavoro, sull’estensione dei diritti e sulla solidarietà tra persone e popoli.
Oggi quel modello è nuovamente chiamato alla prova. Le disuguaglianze crescono, riemergono nazionalismi e pulsioni che mettono in discussione il valore dei diritti universali, mentre si affacciano nuove forme di controllo e di impoverimento della funzione pubblica della conoscenza. Per la FLC CGIL, difendere un sistema pubblico di istruzione, università, ricerca e alta formazione artistica e musicale, autonomo, inclusivo e democratico, significa contribuire a costruire un’Europa più giusta, capace di contrastare la regressione democratica, le nuove forme di sfruttamento e ogni tentazione autoritaria.
È questo il significato della presenza della FLC CGIL a Bois du Cazier.
Perché la memoria non serve soltanto a ricordare ciò che è stato. Serve a riconoscere ciò che rischia di ripetersi ogni volta che il lavoro viene ridotto a una merce, la sicurezza a un costo e la conoscenza a uno strumento da piegare alle sole esigenze del mercato.
Settant’anni dopo Marcinelle, quella lezione continua a interrogare l’Europa. E continua a ricordarci che il futuro si costruisce soltanto mettendo al centro il lavoro, la dignità della persona, la sicurezza, i diritti e la conoscenza.
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