Succede a Mestre. In un quartiere abitato in buona parte da bangladesi. Sarà che lì qualche casa si trova, sarà la vicinanza, per parecchi, col lavoro ai vicini cantieri navali, sarà che si prova a far comunità. Materia da sociologi e antropologi, per le analisi del caso. Materia da amministratori se amministrare è gestione del territorio, politiche della casa per esempio, e in generale se è cura delle condizioni per l’attuazione dei diritti. Materia da politici, se politica è visione, condivisione e promozione dei valori costituzionali, strategie di intervento. Materia da scuola dell’autonomia, della democrazia e dell’inclusione se la scuola è consapevole che “Ogni cittadino è uguale…senza distinzioni… e la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli…”.
E la scuola, stiamo parlando dell’IC Giulio Cesare di Mestre, il suo lavoro prova a farlo. In primis accoglie tutti gli alunni che si iscrivono. E poiché il quartiere è abitato da molti immigrati, molti di quelli che vengono iscritti sono figli di migranti.
Non manca chi in una situazione di questo tipo vede solo svantaggi: “non sanno l’italiano”, “si ritarda il programma”, “non sono cristiani”, “gli italiani fuggono, portano i figli alle private e gli stranieri si godono il nostro welfare” (quest’ultima è di Vannacci, sempre lui).
La scuola, questi bambini e bambine, li accoglie non solo burocraticamente, bensì nel senso che prova a funzionare in base ad un progetto intenzionale che, pedagogicamente, risponda al loro bisogno di inclusione e di apprendimento (si chiama diritto all’istruzione!), prova a far comunità scolastica educante e per questo promuove iniziative, partecipa anche a bandi, mette in piedi laboratori, eventi, situazioni di incontro, corsi di italiano per i genitori degli alunni. Certo non è facile, certo tutto questo rappresenta anche una sfida. La sfida di fare delle diversità una risorsa, una occasione di sviluppo di nuovi percorsi di insegnamento/apprendimento.
Davvero non c’è bisogno di facili e palesemente infondate denigrazioni del lavoro di una scuola particolarmente consapevole e attiva, bensì di attenzione sociale, di partecipazione e di valorizzazione. E la FLC la sua attenzione ce la mette.
Come scrive la segretaria provinciale FLC Edina Kadic, occorre “smettere di trasformare i bambini in simboli di divisione. Sono prima di tutto alunni con il diritto di apprendere e di sentirsi accolti. La sfida che abbiamo davanti è quella di accompagnare questi processi con responsabilità e lungimiranza, affinché la scuola resti fedele alla sua missione costituzionale: garantire a tutti pari opportunità di crescita, di conoscenza e di cittadinanza”.






















