
Concittadinanze è uno spazio di attenzione ai temi dell’intercultura e in particolare al ruolo della scuola nel promuovere concittadinanza.
Non ci basta la cittadinanza, noi vorremmo appunto la concittadinanza, nel senso del fare insieme e del vivere insieme nella società multiculturale.
A noi interessano in particolare le voci dei giovani che hanno background migratorio. Perciò chiediamo a Jamal:
Ti riconosci in questa definizione?
J. Sinceramente no. Io sono un italiano di seconda generazione, se così vogliamo dire, mio padre è senegalese, mia madre è italiana. Non è una cosa di cui vergognarsi o comunque da nascondere. No, non mi riconosco nel termine, no. Mi sento pienamente italiano. Anche se, per molti non sono neanche percepito come un vero italiano, per quanto io lo sia
In questa nostra società, che più o meno tutti diciamo essere multiculturale, tu percepisci te stesso come interprete o come portatore di una qualche diversità nel contesto in cui vivi e quale sarebbe questa diversità?
J. Io vivo in un paesino abbastanza piccolo, vicino a Bari e non se ne vedono molte di persone scure, quindi sì, certo, porto una diversità. Quanto alla multiculturalità, io penso che l’Italia sia sempre stata multiculturale: l’Italia sta in una posizione strategica e tanti popoli l’hanno attraversata: ci sono stati i bizantini, gli arabi, i cosiddetti barbari, ecc. Adesso, con la destra al governo sta ritornando un’idea d’Italia di nazionalità più … bianca, se così vogliamo dire. Io porto una diversità perché comunque rispetto all’italiano medio sono diverso.
Ci stai dicendo che si sta cercando di affermare una “identità italiana” che guarda più alla razza che alla cultura? Tra l’altro sappiamo che “razza” è un concetto superato, non esiste. Quindi di che cosa stiamo parlando, se non del colore della pelle?
J. Sì, è così. Basta guardare per esempio a come vengono trattati i rifugiati. Ovviamente tutti i rifugiati valgono allo stesso modo, perché tutti gli umani valgono allo stesso modo. Però, basta vedere anche sui social per esempio, come viene trattato un rifugiato che so? Un etiope o comunque proveniente dall’Africa subsahariana, rispetto a un altro di altra provenienza, un ucraino per esempio.
Io poi penso che ognuno si porta la propria cultura dovunque vada, e le situazioni quindi cambiano anche in base al paese di origine, però è anche vero che ogni persona è diversa, ogni persona interpreta in maniera diversa la propria cultura, quindi le situazioni cambiano da persona a persona.
Com’è stata a tua esperienza a scuola? La scuola ostacola o aiuta e, più in generale, che cosa dovrebbe e potrebbe fare secondo te la scuola?
J. Detto che le situazioni sono diverse e che cambiano, per la mia personalissima storia, io mi sono trovato abbastanza bene con tutti i professori e anche con le maestre. L’ho vissuta abbastanza bene. Però io ho sentito storie di altri ragazzi che hanno avuto difficoltà ad approcciare il sistema scolastico italiano perché magari non erano nati in Italia e quindi per loro era sicuramente più difficile anche a livello di lingua eccetera. Poi, certo, i “bigotti” ci sono sempre, quindi anche i miei compagni alle volte… però sono cose che si superano e che comunque succedono di rado.
Jamal, qualche mese fa c’è stato il referendum. Molti sì sugli altri quattro quesiti si sono trasformati in no su quello sulla cittadinanza. Come hai vissuto tu quell’esito?
J. Sinceramente purtroppo un po’ me l’aspettavo. Si vedeva anche i giorni prima delle votazioni che a tante persone non piaceva questa idea di diminuire il tempo che lo straniero deve aspettare per poter diventare cittadino italiano, o meglio, per poter fare domanda. La destra ha marciato molto sull’idea che la cittadinanza va meritata. Come se chi è nato qui se la fosse meritata. È una roulette, altro che merito. Tra l’altro, tenuto conto dei dieci (10!) anni di attesa e residenza continuativa e degli altri requisiti previsti come ad esempio la fedina penale pulita e la padronanza di un certo livello di lingua italiana, ci sono molti italiani che se venissero valutati con questi criteri non “meriterebbero” la cittadinanza.
Che cosa pensi che bisognerebbe fare ora a livello scolastico o in generale?
J. Bisognerebbe fare più sensibilizzazione sicuramente su temi come l’immigrazione, soprattutto al liceo. Per esempio, l’anno scorso noi abbiamo visto il film “Io Capitano,” che è un film stupendo. Ecco, secondo me dovrebbe essere visto in tutte le scuole, tutti lo dovrebbero conoscere perché è un film veramente molto importante che va a smontare tanta propaganda e bla bla bla . Ovviamente servirebbe una classe politica a cui interessa l’integrazione di tutte le persone cioè di tutti quelli che, stranieri e non, vivono in Italia. Quindi bisognerebbe cambiare proprio tutto, ecco. Questa cosa non avverrà finché la destra sarà al governo. Poi sì, ci dovrebbe essere più pensiero critico, più conoscenza proprio dei fatti. Molte persone parlano per sentito dire… invece la conoscenza è la base di tutto.
Tu prima dicevi che bisognerebbe tener conto del fatto che l’Italia si è formata anche nel contatto, nell’incontro/scontro tra popolazioni e culture diverse. Secondo te è la scuola che dovrebbe fare questo?
J. Eh, sì, certo. Ma a me pare che finora la scuola non sia riuscita davvero a farlo, non per tutti almeno. Molto dipende dai singoli insegnanti. E poi adesso le cosiddette Nuove Indicazioni vanno proprio in un’altra direzione, opposta direi.
Facciamo ora una domanda a Federica Corcione, dell’Esecutivo nazionale UDS. A volte sembra che fra la relazione interculturale voi giovani tendete a viverla come naturale, abituale piuttosto che farci sopra delle elaborazioni…
F. Per noi è importante l’intersezionalità che ci permette di riconoscere e valorizzare anche la multicultura e di tenerla in relazione con tutto il resto. Non sempre ci riusciamo. Tendiamo a dare un po’ per scontate le relazioni interculturali, a viverle come una cosa normale. In realtà c’è ancora ancora molto da fare, come ha mostrato anche l’esito referendario. Forse bisognerebbe anche ascoltare di più chi questi problemi li vive sulla propria pelle per riuscire a fare un avanzamento.
Pensiamo al referendum: proprio le persone che vivevano l’esigenza messa in campo non potevano esprimersi perché il diritto al voto non ce l’avevano.
Secondo voi queste questioni, identità, diversità uguaglianza… vengono viste in maniera diversa a seconda delle generazioni?
J Secondo me sì. Le persone più anziane, di fronte ai flussi migratori, magari erano anche un po’ spaventate. I ragazzi e le ragazze della mia generazione sono vissuti, sono andati a scuola, hanno giocato fin da piccoli con persone di seconda generazione, o proprio immigrate, quindi le hanno viste sicuramente in maniera diversa, non gli sembravano qualcosa di estraneo alla loro comunità.
F. Sì certo, anch’io mi trovo. Effettivamente si nota questa differenza. È una modalità diversa di vivere tante questioni, in realtà, non solo questa. La nostra generazione sta dimostrando, secondo me, di dare spazio a tante cose che le generazioni prima avevano messo da parte o addirittura sulle quali avevano creato dei mostri. Dopodiché certo, anche noi invecchieremo … e forse a un certo punto diventeremo “i bigotti” per la generazione successiva, ma non credo diventerò quel tipo di persona che dice “Le generazioni precedenti hanno sbagliato qualsiasi cosa, non ci si può parlare…”. Comunque la nostra generazione ha delle specificità importanti: noi siamo i nativi digitali, siamo abituati ad essere interconnessi col resto del mondo, impariamo e parliamo molto di più l’inglese e tante altre lingue
J. Sì, pensiamo anche alla relazione con la comunità LGBTQIA+, ma anche ai social: si parla sempre dei lati più brutti dei social, però proprio internet rende molto più facile la conoscenza.
Ci state dicendo: guardate che adesso la realtà è cambiata, le persone sono diverse, attraverso il dato di fatto del vivere insieme, stiamo affermando una nostra, nuova, normalità. Ma allora, se la direzione è già quella, non c’è bisogno di alcuna politica, di alcun progetto educativo intenzionale….
J. Beh, no. Certo che serve. L’educazione ha una parte fondamentale per ogni singolo individuo. Abbiamo bisogno di pensiero critico, direi di pensiero in generale e di riflettere sul modo in cui si vive con l’altro
F. E occorre vigilare su quel che accade. Dicevamo prima delle Indicazioni nazionali cosiddette “nuove” che supportano una visione nazionalista e sovranista dell’identità. Ma bisogna fare attenzione anche agli interventi spacciati per inclusivi e che non lo sono affatto, come per esempio l’idea di Valditara delle classi per gli stranieri per fargli migliorare la lingua e realizzare così l’inclusione. Attenzione perché, al contrario, può diventare una ghettizzazione.
Chiudiamo con una domanda di rito: c’è qualcosa che vorreste dire ad un soggetto come la FLC?
F. Tante cose, la principale che le racchiude tutte è che studenti e docenti non sono avversari. Abbiamo 3000 problemi che sono correlati. Pensiamo al precariato. Non solo i docenti sono precari, anche gli studenti e le studentesse si vivono come precari in questo mondo, in un mondo che non ci dà un orizzonte di certezza: ambiente, lavoro, casa…. Bisogna lottare insieme: contro le Indicazioni Nazionali, per contrastare la povertà educativa
J. ….e contrastare insieme la deriva autoritaria, securitaria, meritocratica, militarista della scuola. E, soprattutto, lavorare per una scuola non che distribuisca sanzioni, ma che coltivi il pensiero perché un pensiero non lo puoi bloccare.
Bel programma, no?!


























