Tracciata la riforma degli istituti tecnici e professionali: un intervento a costo zero, che non investe nella scuola e ha numerosi aspetti ancora da definire

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Il 16 settembre 2022 il Ministero dell’Istruzione ha reso noto che il Consiglio dei Ministri ha approvato la Riforma degli istituti tecnici e professionali, uno dei provvedimenti previsti per l’attuazione del PNRR. Nelle anticipazioni del testo, che presto sarà ufficialmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, si prevedono tre articoli.

Per gli Istituti tecnici si propone senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica: la revisione degli ordinamenti, orientando la didattica verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale, Industria 4.0, valorizzando la metodologia didattica per competenze, la formazione dei docenti in coerenza con i diversi contesti territoriali; la possibilità di erogazione diretta da parte dei Centri provinciali di istruzione per gli adulti (CPIA) di percorsi di istruzione tecnica; il riconoscimento di certificazioni che attestino le competenze dopo il primo biennio e dopo il secondo biennio, in corrispondenza con il secondo e il terzo livello del Quadro europeo delle qualifiche.

Per gli Istituti professionali, già recentemente riformati ai sensi del Dlgs n. 61 del 2017, si prevedono aggiornamenti in coerenza con gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, si sollecitano le istituzioni scolastiche all’aggiornamento del Progetto formativo individuale per favorire la transizione nel mondo del lavoro e delle professioni e si annuncia l’emanazione di linee guida di supporto allo sviluppo dei processi di internazionalizzazione.

Infine, si prevede l’istituzione presso il MI dell’Osservatorio nazionale per l’istruzione tecnica e professionale, con funzioni consultive e di proposta anche per l’aggiornamento degli indirizzi di studio delle articolazioni e delle linee guida. Composto da quindici componenti, in carica per un anno, tra esperti dell’istruzione tecnica e professionale e comunque del sistema nazionale di istruzione e formazione, oltre che da esponenti le organizzazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative, una rappresentanza delle regioni, degli enti locali, del sistema camerale, dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione (INVALSI) e dell’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE).

Il nostro commento

La riforma intende modificare gli ordinamenti degli Istituti Tecnici senza prevedere alcun investimento. Si dichiara la finalità di allineare i curricula alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo, senza valutare che i contenuti professionali richiesti dal mondo dell’impresa sono attuali oggi e obsoleti già domani. Troppi e continui i riferimenti al “tessuto socio-economico del territorio di riferimento”, alle “esigenze del territorio”, alla “specificità dei contesti territoriali”, senza tener presente che gli studenti devono formarsi in vista di capacità complesse e di prospettive ampie di un mondo del lavoro globalizzato e mobile. Temiamo che questa riforma dell’istruzione tecnica possa in realtà danneggiare un sistema che al momento mantiene una costante attrattività rispetto alle iscrizioni e che è caratterizzato da un biennio unitario (che consente una maggiore possibilità di orientamento delle scelte future a sedici anni) e soprattutto da una importante impostazione formativa grazie alle opzioni nazionali che valorizzano la tenuta complessiva del sistema di istruzione. Le certificazioni, che dovrebbero attestare le competenze in uscita dopo il primo e dopo il secondo biennio, rischiano di indirizzare gli ordinamenti verso percorsi quadriennali e destrutturarne l’organicità, mettendo in forte crisi anche la validità dell’esame di stato, visto che si configura una spendibilità alternativa. Sui CPIA la possibilità di “erogazione diretta” potrebbe anche costituire un avanzamento per i percorsi, tale da consentire di includere il collegamento al secondo livello (serali), ma al momento il provvedimento è tutto da definire. Come già avvenuto con la riforma degli Istituti Professionali a seguito del Decreto legislativo n. 61/2017, il provvedimento produrrebbe una riorganizzazione metodologico didattica imposta dall’alto, gravosa per l’organizzazione dell’attività dei docenti e per la gestione degli organici di istituto. Infatti, già dalle prime indiscrezioni, si evidenziano precisi orientamenti didattico pedagogici, che limitano la libertà di insegnamento, indicando “la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento, nonché il profilo educativo, culturale e professionale dello studente”, a fronte di varie e diverse metodologie didattiche, riferimento dei Collegi e dei singoli docenti. Sono previste attività formative non altrimenti definite, senza nuovi oneri per la finanza pubblica e, quindi, ignorando il livello contrattuale.

La FLC CGIL approfondirà ulteriormente il testo ufficiale e si farà promotrice di un dibattito più complessivo sulla secondaria superiore. Intanto, si può dire che l’offerta formativa secondaria che, a parere della FLC CGIL dovrebbe condurre all’innalzamento dell’obbligo scolastico, torna ad essere canalizzata tra chi si avvia all’istruzione liceale e chi punta allo sbocco lavorativo, con competenze più o meno alte, acquisite nei tecnici e nei professionali. La flessibilità di orientamento e formazione, il cambiamento in corso di studi (che portava a scelte più consapevoli e di vero riscatto culturale e sociale) si sgretolano nell’articolazione di un curriculum fortemente connotato già dal primo biennio. Per di più, il provvedimento relega gli istituti tecnici, come già operato sui professionali con il D.lgs. 61/2017, ad un percorso orientato verso la filiera terziaria tecnologica, nonché alle prossime lauree professionali abilitanti (L.163/2021), ignorando che l’istruzione terziaria (ITS in primis, ma anche università) non ha bisogno di un anticipo delle competenze professionali, ma della costruzione delle basi solide su cui poggiare quelle stesse competenze professionali che a loro competono.

Secondo la FLC CGIL, è il momento di affrontare una riforma complessiva e prevedere un reale investimento nel segmento della scuola secondaria di secondo grado, insieme ad un organico riordino del sistema di istruzione. Come ribadiamo da tempo, a fronte del puntuale richiamo ad interventi “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, sarebbe necessario un investimento di un miliardo di euro per il ripristino del tempo scuola sottratto dalla riforma Gelmini alle scuole superiori (incremento di 22.000 docenti per ripristino di 3 ore settimanali, ricostituzione delle cattedre con meno di 18 ore per utilizzo delle contemporaneità e ricalcolo dell’organico dei corsi serali).


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