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Università: nella stretta delle spese, garantire diritti di studenti e docenti

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La FLC CGIL è oramai qualche anno che segnala con crescente preoccupazione la scarsità di risorse strutturali dell’università italiana. L’Italia, infatti, con un numero di docenti e personale molto ridotto secondo i parametri europei (1 docente ogni 20 studenti, a fronte di 1 a 12/13 in paesi come Spagna, Germania o Polonia, di una media di 1 a 14 a livello continentale), con tassi di iscrizione e laurea inferiori di quindici punti rispetto agli altri grandi paesi della UE, dedica annualmente risorse pubbliche all’università inferiori allo 0,6% del PIL, contro circa una media vicina all’1% degli altri. Dopo i tagli significativi tra 2010 e 2015 (oltre il 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario in termini reali, recuperato solo nel 2021), il picco inflattivo dal 2022 (oggi ad oltre il 20%) ed il taglio di oltre 500 milioni di euro del 2024 rispetto alle risorse programmate (-5%, tuttora non pienamente recuperato) ha creato nuovi problemi, resi ancor più gravi e profondi dal progressivo aumento dei costi del personale (rinnovo dei contratti e adeguamenti ISTAT, sebbene ancora inferiori alla stessa inflazione) e dall’esaurimento delle risorse PNRR con il 2026.

L’emergenza che si prospetta sulla chiusura dei bilanci 2027 in molti atenei pubblici è annunciata nei discorsi preoccupati di diversi Rettori e Rettrici, nel blocco delle assunzioni adotti in alcune sedi, nel significativo rallentamento del ricambio degli organici in molte altre (limitando i bandi sostanzialmente a quelli cofinanziati da interventi o piani straordinari), nella sotterranea riduzione dei fondi di ricerca e soprattutto dell’offerta formativa (numero di insegnamenti attività) che si sta diffondendo nelle università. L’inquietudine di governance e Ministero inizia a trapelare nel dibattito universitario (vedi i diversi articoli usciti nelle scorse settimane sulla stampa nazionale), nel rallentamento dei concorsi (nonostante la grande espulsione di questi anni), nella spinta a ridurre i requisiti minimi dei corsi, nell’assunzione di provvedimenti sempre più emergenziali negli atenei.

Un nuovo preoccupante segnale arriva da Catania. La struttura FLC della città etnea ha deciso l’inusuale passo di un intervento diretto nei confronti della governance dell’ateneo cittadino (Rettore e Direttori di dipartimento…), segnalando le apparenti incongruenze e i rischi di una recente delibera di Senato Accademico e Consiglio di amministrazione.

Gli organi accademici dell’ateneo catanese, infatti, hanno emanato nelle scorse settimane delle linee guida straordinarie, che di fatto sospendono e rivedono per il prossimo anno accademico i Regolamenti e le prassi per l’attribuzione degli insegnamenti, per assicurare un equilibrato contemperamento tra qualità della didattica e sostenibilità economico-finanziaria. In sintesi, al di là di una serie di indicazioni che razionalizzano la verifica delle coperture degli insegnamenti con il personale di ruolo (con alcune rigidità forse eccessive, come l’obbligo di coprire insegnamenti di base e caratterizzanti prioritariamente con questo personale, come se gli insegnamenti affini e caratterizzanti fossero semplicemente secondari o a scelta in un percorso di studi), la FLC di Catania (e noi a livello nazionale) segnaliamo con preoccupazione:

  • La scelta rigida e generale di interrompere le lezioni in caso di una generica mancata frequenza di insegnamenti affini, integrativi o relativi a conoscenze linguistiche, come per tutti gli insegnamenti attribuiti per contratto a soggetti esterni dell’ateneo (indipendentemente dalla loro natura, dall’espletamento degli esami e dal corso di studio di appartenenza), definendo un limite di studenti partecipanti pari a 10 (triennali e ciclo unico) o 5 (magistrali). Tale previsione, infatti, ci sembra possa ledere in modo significativo il diritto allo studio, in primo luogo intervenendo su un offerta formativa che è presente nel Regolamento didattico di corso di studi e potrebbe esser obbligatoria nel proprio Piano di studi, ma senza obbligo di frequenza; in secondo e secondario luogo perché non si precisano forme, modalità, tempistiche dell’eventuale spegnimento di insegnamenti presenti nell’Offerta didattica (al di là di un generico limite di tre lezioni consecutive, che ad esempio potrebbero essere anche le ultime tre del corso), portando a possibili rallentamenti o ostacoli allo stesso percorso degli studenti.
  • L’insistenza nel ricorrere a collaborazioni a titolo gratuito per completare gli insegnamenti integrativi, affini, professionalizzanti e a scelta con professori emeriti (pensionati) o personale in servizio presso strutture convenzionate. A questo proposito, ricordiamo che l’articolo 23, comma 1, ultimo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240 stabilisce che I contratti a titolo gratuito, ad eccezione di quelli stipulati nell’ambito di convenzioni con enti pubblici, non possono superare, nell’anno accademico, il 5 per cento dell’organico dei professori e ricercatori di ruolo in servizio presso l’ateneo, e che i contratti a titolo oneroso non possono prevedere retribuzioni inferiori alle 25 euro l’ora (DM 21 luglio 2011 n. 313, in base all’art. 23, comma 2, ultimo periodo della legge 30 dicembre 2010, n. 240).
  • La previsione che le ore di affidamento interno dei docenti comprese tra la 121° e la 140° ora di lezione non siano retribuite; l’articolo 1, comma 16, della legge 4 novembre 2005 stabilisce infatti in modo inequivocabile un carico didattico per insegnamenti nelle varie forme previste di 120 ore annue per professori a tempo pieno, per 80 ore annue per professori a tempo definito. Prevedere che ogni attività didattica aggiuntiva sia retribuita solo dalla 141° ora si prospetta come un sostanziale aggiramento della norma, che istituisce di fatto un’attività didattica aggiuntiva strutturalmente a titolo gratuito, su cui tra l’altro in passato diversi Tribunali e lo stesso Consiglio di Stato hanno riconosciuto l’illegittimità nel caso dei ricercatori a tempo determinato.

L’adozione di questa delibera, per di più, avviene in un periodo dell’anno in cui i Dipartimenti hanno già sostanzialmente completato la propria programmazione dell’offerta formativa per il prossimo anno accademico, rendendo complicato eventuali riorganizzazioni.

Accogliamo allora non solo con interesse, ma anche con le considerazioni e le richieste avanzate nell’ateneo di Catania dal CuDA, (Coordinamento Unico dell’Ateneo di Catania per un’Università pubblica, libera, aperta e democratica), Se delle Linee guida rischiano di portare fuori strada, che la FLC di Catania appoggia nel loro impianto e nelle loro argomentazioni, motivo per cui ha inviato un comunicato dove chiede, la sospensione immediata della deliberazione, al fine di una riflessione ed una sua profonda rielaborazione, in grado di garantire diritti di studenti e docenti, anche attraverso un pieno coinvolgimento della comunità universitaria.


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