LA CGIL S’ILLUMINA DI ROSSO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

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Il 25 novembre anche quest’anno arriva con il suo carico di violenza contro le donne, di grida soffocate da una società che non vuole vedere, che addita e si nasconde. Dal bisogno di mantenere accesa l’attenzione parte la campagna della Cgil Napoli e Campania “La Cgil s’illumina di rosso contro la violenza sulle donne“.
Dal 25 novembre al 30 Novembre le Camere del lavoro Cgil e le sedi di categoria di Napoli, Avellino, Benevento, Caserta, Salerno s’illumineranno di rosso affinché questa luce desti l’attenzione su un fenomeno aberrante quello dei femminicidi e della violenza contro le donne.
Un male, che neanche la pandemia è riuscito a debellare, visti i numeri terribilmente stabili dei femminicidi nel nostro paese.
Sono 109 le donne uccise da un uomo durante l’anno in corso. Sono state 96 nel 2020, anno della pandemia e 85 nel 2019.
Troppe, come troppe sono le campane che continuano a mantenere il loro triste primato: proviene dalla nostra regione circa 1 donna ogni 10 femminicidi. Sono 8 finora le donne campane vittime di padri, figli, fratelli. Si chiamano Ornella Pinto, morta per mano del marito a Napoli a marzo; Vincenza Cimitile, uccisa dal fratello a Brusciano ad aprile; Ylenia Lombardo, picchiata, fucilata e poi data alle fiamme a San Paolo Belsito nel napoletano a maggio, il 5, lo stesso giorno in cui moriva Antonietta Ficuciello, soffocata dal marito nell’avellinese. È accaduto il 28 maggio a Maria Carmina Fontana, originaria di Caserta, uccisa a coltellate dal marito nel lucchese. Era luglio quando Vincenza Tortora è stata accoltellata dal marito, a Somma Vesuviana. È stata uccisa e fatta a pezzi dal figlio a settembre Eleonora Di Vicino, a Pianura. Restano ancora non accertate le cause della morte di Dora Lagreca, salernitana, morta ad ottobre.
Non si può più attendere.
Servono azioni coordinate e di sistema tra i diversi livelli di governo del paese, le parti sociali e i diversi attori che operano sul territorio, perché la lotta alla violenza sulle donne è un fronte comune e non più procrastinabile.
I risultati raggiunti in questi anni sono senza alcun dubbio importanti ma non ancora sufficienti finchè non si lavora anche sulla prevenzione, sul cambiamento della giustizia e del linguaggio che ancora troppo spesso attribuisce la responsabilità della violenza, alle donne stesse .
Occorre un cambio di paradigma , una rivoluzione culturale perché la violenza contro le donne non è solo violenza fisica, ma ha radici lontane nel tempo che si fondano sullo stereotipo e sul pregiudizio
Pensiamo, inoltre, che vanno aumentati i fondi per i centri antiviolenza e serve garantirne la capillarità su tutto il territorio Campano, troppi CAV sono costretti a chiudere per mancanza di fondi.
Senza dubbio riteniamo che le diverse azioni e i provvedimenti anche normativi, come il reddito di libertà, vadano nella giusta direzione per contrastare la violenza contro le donne ma i numeri, nella loro drammaticità, ci dicono che bisogna fare di più, soprattutto in una Regione come la nostra dove le condizioni reali di lavoro delle donne si misurano con disoccupazione, precarietà, riduzione dei diritti, rendendo le lavoratrici più indifese di fronte a ricatti, soprusi e molestie anche nei luoghi di lavoro.
Illuminare di rosso le nostre sedi vuol dire non oscurare il problema, vuole affermare l’impegno di tutte le donne e gli uomini della Cgil nel contribuire a costruire le condizioni di una società più equa e solidale, incentrata sulla cultura della non violenza, del rispetto e della parità sociale , sul poter vivere relazioni libere e paritarie.

DALLA PAGINA NAZIONALE DELLA FLC CGIL 

http://www.flcgil.it/attualita/pari-opportunita/violenza-di-genere-un-fenomeno-in-crescita-nell-emergenza-sanitaria.flc

Violenza di genere: un fenomeno in crescita nell’emergenza sanitaria

L’isolamento ha esasperato le dinamiche relazionali malate e i rapporti di potere. Servono azioni per dare piena attuazione alla convenzione di Istanbul e per agire un autentico cambiamento culturale. La FLC CGIL inaugura uno spazio dedicato alle questioni di genere sulla rivista “Articolo33.it”

Mentre il 25 novembre si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale delle Nazioni Unite per l’eliminazione della violenza contro le donne, le cronache riportano un aumento impressionante di episodi di violenza di cui è vittima l’universo femminile; sono storie di ricatti e minacce nel mondo del lavoro, reati di stalking e di sfruttamento sessuale anche minorile, fino ai più eclatanti casi di stupro e femminicidio.

Dati che stridono a dieci anni dall’adozione della Convenzione di Istanbul, il documento più avanzato in vigore a livello internazionale che si occupa di prevenzione e lotta alla violenza nei confronti delle donne e di violenza domestica, collocando il fenomeno nel quadro delle violazioni dei diritti umani, e opera sulla base di quattro pilastri: prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, repressione e politiche integrate.

Dall’inizio dell’anno, in Italia, sono stati compiuti 103 i femminicidi, secondo i dati del Viminale aggiornati al 14 novembre: uno ogni tre giorni. Di queste, 87 vittime sono state uccise in famiglia. Sessanta di loro hanno trovato la morte per mano di un partner.
Nonostante il tasso di omicidi sia diminuito rispetto al 2020 (-2%), il dato sui femminicidi è in controtendenza.

E nel nostro Paese, come in altre parti del mondo, le condizioni di vita imposte dalla pandemia e la coabitazione forzata nelle case hanno fatto registrare un significativo aumento delle segnalazioni e richieste di aiuto per violenza domestica.

Maggiormente esposte sono risultate le donne che, a causa della pandemia, hanno perso il lavoro e, essendo costrette a lunghe permanenze in casa, sono diventate in misura maggiore economicamente dipendenti dai loro compagni e hanno visto aumentare ulteriormente il loro isolamento, con conseguenti maggiori difficoltà ad attivare reti di supporto e a sottrarsi alla violenza.

L’esperienza del lockdown indica, quindi, le misure necessarie per garantire che la casa non sia luogo di paura e di violenza: non solo l’accesso ai servizi di assistenza e protezione, non solo interventi delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza, ma supporto all’autonomia e all’autodeterminazione, passando anche attraverso strumenti per favorire l’ equilibrio tra vita professionale e personale, in assenza del quale molte donne si trovano di fronte a una scelta obbligata, rinunciando alla propria realizzazione professionale e alla propria indipendenza economica.

Ma, soprattutto, resta ferma la convinzione che, nella lotta alla violenza di genere, sia fondamentale agire per un cambiamento culturale per sradicare stereotipi e pregiudizi che relegano le donne in ruoli subalterni e le loro vite in funzione di quelle degli uomini.

La FLC CGIL, categoria che rappresenta le lavoratrici e i lavoratori della conoscenza, intende dare continuità all’azione di contrasto alla violenza contro le donne, non solo violenza fisica, ma anche psicologica e connessa alle costruzioni sociali, mantenendo viva, oltre le ricorrenze del 25 novembre e dell’8 marzo, l’attenzione sulle questioni di genere, per accrescere sensibilità e consapevolezza, tanto nelle donne quanto negli uomini, rispetto a temi che permeano la vita sociale, l’attualità e la storia.

È con questo intento che nasce “SUI GENERIS – Questioni di parità”, uno spazio dedicato sulla rivista “Articolo 33” per offrire – attraverso la segnalazione e la lettura di opere d’arte, cinematografiche, letterarie, teatrali, e la narrazione di eventi di costume, pubblici o televisivi – spunti di riflessione, di conoscenza e di confronto sulle tematiche di genere e far emergere gli elementi fondanti di un sistema patriarcale che sopravvive nel tempo.

Perché la violenza contro le donne non sarà sradicata senza affrontare alla sua base le convinzioni, gli atteggiamenti e le istituzioni che la sostengono.

Inauguriamo la rubrica con la “lettura” del quadro di Jean-Léon Gérôme del 1861, “Frine davanti all’Areopago”, esposto all’Hamburger Kunsthalle, rappresentazione artistica di uno dei tanti esempi di violenza subdola contro le donne di cui è costellata la storia.


DALLA PAGINA DI COLLETTIVA.IT

https://www.collettiva.it/copertine/diritti/2021/11/25/news/le_sorelle_mariposas-1670801/

La storia del 25 novembre e delle sorelle Mirabal uccise perché libere

Repubblica Dominicana. 25 novembre 1960. La jeep su cui viaggiano Minerva, Patria e Maria Teresa con l’inganno di poter rivedere i propri mariti, prigionieri politici, subisce un’imboscata da parte dei servizi segreti del regime di Rafael Leonidas Trujillo. Le donne vengono malmenate, violentate, strangolate e gettate in un fosso, nel tentativo di far sembrare la loro morte un incidente. È anche in ricordo di quel triplice femminicidio che il 25 novembre di ogni anno è dedicato all’eliminazione della violenza contro le donne

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999.  Nella risoluzione viene precisato che si intende per violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata”.

La data di questa giornata internazionale segna anche l’inizio dei “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che precedono la Giornata mondiale dei diritti umani il 10 dicembre, per sottolineare come la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ong a organizzare in quel giorno attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza contro le donne. Ma perché proprio il 25 novembre?

Il 25 novembre del 1960 nella Repubblica Dominicana venivano uccise le sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa, per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo. La militanza politica delle tre Mariposas era iniziata il 13 ottobre 1949, quando Minerva, la più intellettuale delle tre, durante la festa di San Cristobal organizzata dal dittatore per la società più ricca di Moca e Salcedo aveva osato sfidarlo apertamente rifiutando le sue avances e sostenendo le proprie idee politiche.

“Durante un’epoca di predominio dei valori tradizionalmente maschili di violenza, repressione e forza bruta, dove la dittatura non era altro se non l’iperbole del maschilismo, in questo mondo maschilista si erse Minerva per dimostrare fino a che punto ed in quale misura il femminile è una forma di dissidenza”, racconterà anni dopo Dedé, unica sorella sopravvissuta. Quella data segna l’inizio delle rappresaglie contro Minerva e tutta la famiglia Mirabal, con periodi di detenzione in carcere e la confisca dei beni.

Una continua persecuzione che convincerà anche le sorelle Patria e Maria Teresa e i rispettivi mariti a diventare attivisti contro il dittatore della Repubblica Dominicana, riunendosi nel gruppo politico clandestino denominato “Movimento 14 giugno” (la loro opera rivoluzionaria sarà tanto efficace che il dittatore in una visita a Salcedo esclamerà: “Ho solo due problemi: la Chiesa cattolica e le sorelle Mirabal”). Una decisione, questa, che costerà alle Mariposas la vita.

Il 25 novembre 1960 la jeep su cui viaggiavano con l’inganno di poter rivedere i propri mariti ancora reclusi sarà oggetto di un’imboscata da parte dei servizi segreti del regime di Trujillo. Patria, Minerva e Maria Teresa saranno picchiate, violentate, strangolate e gettate in un fosso nel tentativo di far sembrare la loro morte un incidente.

Nessuno crederà a questa versione dei fatti e il femminicidio delle tre sorelleMirabal catalizzerà l’attenzione internazionale e locale contro il sanguinoso regime dittatoriale di Rafael Leonidas Trujillo, assassinato dai capi militari della Repubblica Dominicana il 30 maggio dell’anno successivo. Purtroppo da quel lontano novembre del 1960 tantissime saranno le donne uccise.

Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner, e continuano le violenze omolesbotransfobiche. Più dell’80% delle violenze avviene all’interno della sfera domestica, violenze di tipo psicologico, fisico, economico. 88 vittime ogni giorno, una donna ogni 15 minuti.  Dati che è importante conoscere, divulgare, fare propri da parte di ciascuna e ciascuno di noi. Perché non basta dire “non agisco”, ma è necessario dire “io contrasto”. Perché la violenza è di tanti tipi e non tutti i lividi sono così evidenti.

Violenza è un sorriso complice, una risata ad una battuta che battuta non è, non può e non deve essere. Violenza sono le nostre scarse e in fondo poco convinte prese di posizione in tante occasioni, le nostre reazioni di fronte a canzoni o titoli di giornale che in un qualsiasi paese civile griderebbero vendetta e che invece da noi vengono accolti con un benevolo sorriso, una solidale pacca sulla spalla. Quasi 1 persona su 4 ritiene – nella nostra civilissima Italia – che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale. Quasi il 40% pensa che, se una donna lo vuole davvero, è in grado di sottrarsi a un rapporto non consensuale. Quasi 15% crede che se una donna subisce uno stupro quando è ubriaca o drogata sia in parte responsabile. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: quella che serve è una rivoluzione culturale che riconosca il ruolo della donna nella vita e nel lavoro, che rifiuti il concetto di ogni discriminazione e violenza, non solo quella fisica, non solo quella urlata, non solo il 25 novembre.

Minerva, Maria Teresa e Patria Mirabal venivano uccise in quel lontano 25 novembre di tanti anni fa per le loro idee politiche e perché reputavano un dovere l’esporsi per sostenerle. Venivano uccise perché la loro sfrontata femminilità, il loro modo di essere donne irritava il regime. Frequentavano l’università, guidavano la macchina, partecipavano a riunioni politiche, erano belle,  libere, colte, indipendenti.  Avevano delle idee non stereotipate e non avevano paura di esprimerle, per questo il regime scelse di farle tacere. È accaduto, sta accadendo, impegniamoci – tutte e tutti – perché non accada più. Tutte e tutte, tutti i giorni, anche – ma non solo – il 25 novembre.