La conoscenza coltiva la memoria e i diritti. La FLC CGIL al 76° anniversario della strage di Portella della Ginestra

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Il Primo Maggio del 1947 in tanti si erano ritrovati sulla Piana degli Albanesi, chiamati a raccolta dalle tre Camere del Lavoro, per festeggiare la vittoria elettorale del Blocco del Popolo (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile e per ascoltare il discorso dei dirigenti della CGIL in occasione della Festa dei Lavoratori. Una folla di uomini, donne e bambini con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati si era radunata in fondo alla vallata. Secondo le testimonianze c’erano circa 15.000 persone, lavoratrici e lavoratori, sparse nella piana e intorno alle 10.00 molte di esse si raccolsero intorno al podio dove prese la parola Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione del PSI di S.Giuseppe Jato. Accolto dagli applausi dei presenti, Schirò rivendicò la necessità di lottare contro l’analfabetismo e di sviluppare la scuola statale, ma le sue parole vennero interrotte da colpi secchi provenienti dalle alture che si fecero via, via più intensi e vicini. Erano le raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano. Undici persone furono uccise sul colpo, più di sessanta rimasero ferite e un’altra donna morì successivamente.

Come denunciò la CGIL fin dalle prime ore, fu una strage perpetrata da un inestricabile connubio fra mafia, politica e apparati dello Stato. Ad appoggiare Giuliano erano poteri mafiosi, frange dell’autonomismo siciliano e forze che intendevano intimidire le masse contadine che reclamavano la terra e garantire il mantenimento degli equilibri di potere anche nel nuovo quadro istituzionale e politico del dopoguerra. Sull’onda della mobilitazione contadina che si era andata sviluppando in quegli anni, infatti, le sinistre avevano ottenuto un successo significativo, ribaltando il risultato delle elezioni per l’Assemblea costituente. Con quella strage si volle contrastare ogni possibilità di cambiamento e fermare le lotte per il lavoro, la democrazia e la libertà.

Quest’anno ricorrono 76 anni da quei fatti sanguinosi e a chiudere gli interventi sulla Piana degli Albanesi sarà il segretario generale della FLC CGIL, Francesco Sinopoli sotto lo slogan: “La conoscenza coltiva la memoria e i diritti”. Coltivare la memoria è infatti, necessario, soprattutto oggi quando i testimoni diretti non ci sono più e nuove generazioni si sono affacciate alla vita. La memoria e la storia sono un ingrediente fondamentale per rendere viva la conoscenza e il sapere e viceversa, perché da quella vicenda si possa trarre una lezione sempre attuale di antifascismo, di lotta per la libertà e la democrazia, di lotta contro la mafia da riportare nella nostra azione sindacale. Ricordare i fatti di Portella non è banale, né rituale, perché la memoria non è un ricordo sterile, ma la capacità di tradurre la lezione di ieri in atti concreti oggi. A Portella la mafia cercò di piegare il movimento dei lavoratori, ma quella scelta sanguinaria non ha pagato e il nostro è un Paese che celebra il lavoro e in cui i sindacati sono un baluardo della Costituzione e della democrazia e rappresentano valori e bisogni di milioni di lavoratrici e lavoratori. Il Primo Maggio saremo su quella Piana dove mafia e forze reazionarie trucidarono donne, uomini, vecchi e bambini e saremo lì ancora una volta per i diritti, per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, per un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, per i giovani, i migranti, contro il lavoro precario e ogni forma di sfruttamento, contro tutte le mafie, le violenze, le discriminazioni di genere, contro tutti i fascismi e tutti i razzismi. E ci saremo anche per ricordare l’impegno per la Pace che è oggi il più importante per il futuro dell’umanità.


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