Docenti universitari: l’adeguamento ISTAT 2021, quello stimato 2022 e alcune previsioni su quelli che arriveranno per gli anni 2020, 2021 e 2022

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La concatenazione tra il meccanismo di adeguamento ISTAT, un incredibile ritardo nella pubblicazione dei relativi DPCM e i rinnovi contrattuali del pubblico impiego firmati dopo la loro scadenza sta portando ad una complicata sovrapposizione degli aumenti salariali per la docenza universitaria.

Gli stipendi dei docenti universitari (come quelli degli altri settori non contrattualizzati della pubblica amministrazione) non prevedono procedure negoziali di regolazione, a partire dal necessario adeguamento al costo della vita. L’art. 24, comma 1 della legge 448/1998 istituisce però un meccanismo derivato, come abbiamo ricordato al momento del suo riavvio, al termine del lungo blocco iniziato nel 2010 imposto da una sentenza della Corte Costituzionale su ricorso CGIL CSIL UIL. L’aggiornamento di questi stipendi si appoggia infatti sulla contrattazione del resto del Pubblico Impiego: gli eventuali aumenti per i docenti universitari sono calcolati sulla base degli aumenti medi che sono erogati nell’anno precedente a tutto il personale contrattualizzato, per come sono calcolati dall’ISTAT sull’insieme delle voci retributive. Proprio da questa procedura deriva la denominazione comunemente usata per indicare questi aumenti: adeguamento ISTAT. Questo meccanismo, di conseguenza, slitta strutturalmente all’anno successivo l’erogazione degli aumenti salariali per il personale non contrattualizzato.

In questi mesi gli Atenei stanno erogando l’adeguamento ISTAT 2021, relativo agli incrementi medi del pubblico impiego nel 2020. Finalmente (!): questo incremento è infatti in incredibile ritardo, anche rispetto i tempi dislocati previsti dal suo meccanismo. Il governo ha definito il relativo DPCM solo il 15 marzo 2022 (cioè, con quasi un anno di ritardo, in quanto di solito questo atto veniva assunto tra aprile e luglio dell’anno di pertinenza) e lo ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il 24 maggio 2022 (di solito avveniva tra luglio e settembre dell’anno di pertinenza).

Come stabilito dal DPCM (articolo 1), l’incremento 2021 è dello 0,91%, come coda degli aumenti contrattuali relativi al rinnovo 2016/2018 (entrati a pieno regime solo nel 2020). Tali aumenti sono cioè pari a circa 330 euro annui lordi per un Rtda, 397 per un RTDb, 368 per un RTI (classe I), 482 per un PA neo immesso in ruolo, 687 per un PO neo immesso in ruolo, comprensivi di tredicesima (e poi quindi determinanti anche i relativi aumenti di TFS e contributi previdenziali). Come si vede, sono cifre limitate. In ogni caso, sono versate dal 1 gennaio 2021, quindi con tutti i relativi arretrati (intorno ai 20 mesi, più tredicesima, a seconda di quando saranno concretamente inseriti nella busta paga da parte delle amministrazioni dei diversi atenei).

Per l’adeguamento 2022, l’ISTAT ha già stimato che nel 2021 c’è stato un ulteriore aumento degli stipendi nel pubblico impiego di circa lo 0,45%, (circolare #23 del 19/05/2022 del MEF), ultimissima coda dei rinnovi precedenti (in particolare i contratti dei dirigenti della pubblica amministrazione). Il DPCM relativo all’adeguamento non è però stato ancora emanato. Possiamo sperare (e come organizzazione sindacale chiederemo) che i tempi non siano quelli del 2021, ma anche per la crisi di governo e le attuali elezioni non possiamo contarci. In ogni caso, quando arriveranno, questi aumenti saranno dal primo gennaio 2022, con tutti i relativi arretrati.

Gli aumenti relativi al 2021 e 2022 non si esauriscono però qui.

Nel corso del 2022 sono stati finalmente firmati tre su quattro CCNL del pubblico impiego (Funzioni centrali, cioè ministeri e enti pubblici nazionali; Sanità; Funzioni locali, cioè Regioni, Provincie, Comuni, ecc). Manca solo il CCNL Istruzione e Università (scuola, enti di ricerca e personale tecnico amministrativo degli atenei), che copre comunque oltre 1,2 milioni di dipendenti a tempo indeterminato (più circa 200mila a tempo determinato), più di un terzo di tutto il pubblico impiego (anche se meno di un terzo della relativa massa salariale, essendo gli stipendi di questo comparto i più bassi della Pubblica Amministrazione). Di conseguenza, l’ISTAT nel 2023 registrerà gli aumenti contrattuali arrivati quest’anno. E’ però possibile che una parte degli aumenti siano registrati solo nel 2024: la trattativa dell’ultimo CCNL è infatti ancora ai piedi di partenza e quindi, anche per le elezioni, non è prevedibile se possa essere chiusa entro il 2022. In ogni caso tutti i contratti relativi alla dirigenza (compresa quella sanitaria, abbastanza consistente anche in termini numerici) si chiuderanno probabilmente solo nel 2023.

Gli aumenti previsti a regime per questi rinnovi sono del 3,78%, più ulteriori risorse variabili tra comparti, settori e professionalità. Questa stagione contrattuale ha infatti previsto anche una revisione degli inquadramenti e delle categorie professionali, con risorse specifiche messe a disposizione nelle ultime leggi di bilancio che sono molto diversificate a seconda delle situazioni. Stimare il complesso dell’aumento sulla massa salariale (base dell’adeguamento ISTAT per la docenza universitaria) è quindi molto difficile: possiamo in ogni caso aspettarci che l’aumento finale, quando saranno firmati tutti i CCNL (e le relative parti per i dirigenti) sia sicuramente compreso tra il 4,5 ed il 5%, forse superiore al 5%.

Questo rinnovo contrattuale è però relativo agli anni 2019/2021. Gli aumenti stipendiali riguardano cioè gli anni scorsi e sono previsti con questa sequenza: 0,85% dal primo gennaio 2019, 1,57% dal primo gennaio 2020 e 3,78% dal primo gennaio 2021 (più le risorse aggiuntive specifiche, in linea generale a regime dal 2022). I contratti firmati, infatti, hanno previsto per i lavoratori e le lavoratrici contrattualizzati/e l’erogazione di tutti i relativi arretrati nel corso di quest’anno.

Le conseguenze per la docenza universitaria. L’ISTAT, nel 2023, registrerà quindi questi aumenti non solo in relazione alla massa salariale del 2022, ma anche in relazione agli anni precedenti. Nel 2024, infine, registrerà gli aumenti relativi a quei rinnovi di CCNL che saranno siglati solo nel 2023 (forse Istruzione e ricerca, probabilmente alcuni della dirigenza). I due conseguenti DPCM sull’adeguamento ISTAT 2023 e 2024 registreranno quindi questi aumenti, che per la docenza universitaria saranno vigenti nell’anno successivo alla loro erogazione tra il personale contrattualizzato: almeno lo 0,85% dal primo gennaio 2020, l’1,57% dal primo gennaio 2021 e il 3,78% dal primo gennaio 2022 (anzi, qui di più, almeno tra il 4 ed il 5% come detto, per le risorse aggiuntive), che incrementeranno ulteriormente l’adeguamento dello 0,45% relativo agli aumenti già effettivi sul 2021, stimato a marzo dall’ISTAT. Questi aumenti, ovviamente, saranno versati con i relativi arretrati, ma è probabile che essendo registrati dall’ISTAT nella loro totalità solo nel 2024 (per effetto della firma dei diversi contratti su più anni), saranno effettivamente erogati a tappe nel corso dei prossimi 2/3 anni: infatti solo dopo il DPCM 2024 gli atenei potranno versare l’ultima (a quel punto probabilmente piccola) parte di aumenti sul 2020, 2021 e 2022 relativi ai CCNL del pubblico impiego che saranno siglati nel 2023. Se si mantenessero anche per il 2024 gli attuali tempi di adozione molto ritardati, questo DPCM potrebbe vedere la luce solo nel 2025!

Quindi, gli stipendi dei docenti universitari sono aumentati ben oltre lo 0,91% che si sta erogando ora (dal primo gennaio 2021). L’aumento però ad oggi è difficilmente prevedibile, complessivamente probabilmente compreso tra il 5 ed il 6% al primo gennaio 2022 (sommando l’adeguamento ISTAT 2022 con gli aumenti derivati dalla successiva contrattazione), oltre agli arretrati relativi allo 0,85% dal 2020 e al 1,57% dal 2021. Una percentuale che ancora non copre l’attuale aumento del costo della vita, ma abbastanza significativa. Solo che, purtroppo, ancora “non lo sanno” e non lo sapranno per diverso tempo.

Ora, è molto chiaro che i soldi oggi sono qualcosa di diverso dagli stessi soldi ricevuti domani (anche con relativi arretrati), in particolare con l’inflazione attuale. Questo è però purtroppo l’effetto distorto che viene creato dalla sovrapposizione di tre diverse dinamiche: il meccanismo ritardato di un anno degli adeguamenti ISTAT, una stagione di rinnovi contrattuali firmati alla loro conclusione, un incredibile ritardo nell’adozione del DPCM e nella sua pubblicazione da parte del governo. Due di questi fattori, comunque, sono effetto di scelte soggettive dei governi di questi anni. Per questo ci auguriamo una positiva conclusione della trattativa relativa al CCNL Istruzione e ricerca 2019/2021 (e quelli relativi alla dirigenza) il più rapida possibile. Per evitare il perpetuarsi di simili distorsioni nei prossimi anni, però, riteniamo importante subito dopo anche l’apertura da parte del governo delle procedure per il rinnovo dei contratti successivi (2022/2024 che in linea di massima impatteranno sugli stipendi della docenza universitaria dal primo gennaio 2023), a partire dall’individuazione delle necessarie risorse (inevitabilmente importanti, stante l’inflazione di questi anni).


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